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FONTE
www.onuitalia.it
Noi i Popoli: il
ruolo delle Nazioni Unite nel ventunesimo secolo
Rapporto del
Segretario Generale
(Alla
assemblea di fine millennio. - n.d.r .credo sia un estratto - )
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III:
Libertà dalla povertà
65.
Nell’ultimo mezzo secolo, il mondo ha registrato dei progressi economici
senza precedenti. Nazioni che solo una generazione orsono lottavano contro
il sottosviluppo sono attualmente dei centri vibranti dell’attività
economica globale e di benessere nazionale. In soli venti anni 15 nazioni,
le cui popolazioni messe assieme superano gli 1,6 miliardi di persone,
hanno dimezzato la percentuale dei propri cittadini che vivono in
condizioni di povertà estrema. L’Asia, in particolare, ha compiuto una
sbalorditiva ripresa dalla crisi finanziaria che l’ha colpita nel biennio
1997-1998, dimostrando la persistente potenza delle sue economie — anche
se i poveri dell’Asia non hanno ancora riguadagnato il terreno perduto.
- I punti più importanti fra
le storie di successo nello sviluppo umano che si sono registrate a
partire dagli anni ’60 nei paesi in via di sviluppo sono l’incremento
nell’aspettativa di vita, da 46 a 64 anni; il dimezzarsi del tasso di
mortalità infantile; un aumento superiore all’80 per cento nella
percentuale dei bambini iscritti al corso di studi elementare; e il
raddoppio degli accessi all’acqua potabile e dei sistemi fognari.
- Mentre gran parte di noi
godono di livelli di vita migliori di quelli registrati nel passato,
numerosi altri rimangono disperatamente poveri. Pressappoco metà della
popolazione mondiale, per vivere, deve ancora fare affidamento su meno
di 2 dollari al giorno. All’incirca 1,2 miliardi di persone — di cui 500
milioni nell’Asia meridionale e 300 milioni in Africa — possono contare
su meno di 1 dollaro al giorno (vedere figura 1; per altri dati sulla
povertà vedere figura 2) Le persone che vivono in Africa a sud del
Sahara sono oggi altrettanto poveri rispetto a 20 anni fa. A questo
genere di privazioni si accompagnano malanni, impotenza, disperazione e
mancanza delle libertà fondamentali — tutti fattori che, a propria
volta, perpetuano questa condizione di indigenza. Su una forza lavoro
mondiale complessivamente composta di circa 3 miliardi di persone, 140
milioni di lavoratori sono completamente al di fuori del mondo del
lavoro, mentre da un quarto a un terzo di essi risultano disoccupati.
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Figure 1
Population living on less than $1 per day, 1990—1998
(Millions)
Note:
Data for 1998 are estimated.
Source: World Bank, World Development Indicators 1999.
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Figure 2
Measures of Poverty
(Millions)
Source:
United Nations Development Programme, Human Development Report
1977. |
- La persistenza delle
disuguaglianze di reddito nel corso dello scorso decennio rappresenta un
altro motivo di preoccupazione. Globalmente, il miliardo di persone che
vive nelle nazioni industrializzate guadagna il 60 per cento del reddito
mondiale, mentre i 3,5 miliardi di persone che vivono nei paesi a basso
reddito ne percepiscono meno del 20 per cento. Numerose nazioni,
peraltro, hanno sperimentato crescenti disuguaglianze interne, tra cui
alcune di quelle in transizione dal comunismo verso il libero mercato.
Nel mondo in via di sviluppo, divari nel reddito sono maggiormente
presenti in America Latina, seguita da vicino dall’Africa sub-sahariana.
- La povertà estrema
rappresenta un affronto per la nostra comune umanità. Essa aggrava
inoltre molti altri problemi. Ad esempio, i paesi poveri — specialmente
quelli con significative disuguaglianze tra comunità etniche e religiose
— hanno molte più probabilità di essere coinvolti in conflitti rispetto
a quelli ricchi. Gran parte di questi conflitti si svolgono all’interno
dei paesi, ma creano invariabilmente dei problemi agli stati confinanti
o creano la necessità di ottenere assistenza umanitaria.
- Inoltre, le nazioni povere
sovente mancano della capacità e delle risorse necessarie a sviluppare
delle valide politiche ambientali. Questo fatto mina la sostenibilità
delle magre esistenze delle loro popolazioni, e aumenta gli effetti
della loro povertà.
- A meno che non raddoppiamo e
concertiamo i nostri sforzi, la povertà e la disuguaglianza potrebbero
persino peggiorare. La popolazione mondiale ha di recente raggiunto
quota 6 miliardi di persone. Sono bastati solo 12 anni, l’intervallo
temporale più breve nella storia dell’umanità, perché un altro miliardo
di persone si aggiungesse agli abitanti della Terra. Entro il 2025
possiamo aspettarci che la popolazione del pianeta cresca di altri 2
miliardi di unità — che saranno praticamente tutte concentrate nei paesi
in via di sviluppo, e la maggior parte di esse in quelli più poveri
(vedere figura 3). Per questo è necessario agire ora.
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Figure 3
World population projections, 1950-2050
(Billions)
Source:
United Nations Department of Economic and Social Affairs, Critical
Trends: Global Change and Sustainable Development, 1977.
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- Invito quindi la comunità
internazionale al suo livello più alto — i Capi di Stato e di Governo
riunitisi in occasione del Vertice del Millennio — a fare proprio
l’obiettivo di dimezzare la percentuale di persone che vivono in uno
stato di povertà estrema, e in tal modo di liberare da questa condizione
oltre 1 miliardo di persone entro il 2015. Vi invito inoltre a far sì
che nessuno sforzo sia risparmiato per raggiungere, entro la data
stabilita, questo obiettivo in ogni regione, e in ogni nazione.
- La storia giudicherà i leader
politici dei paesi in via di sviluppo in base a quanto essi faranno per
liberare la propria gente dalla povertà estrema — sia che essi mettano
il proprio popolo in condizione di salire sul treno in trasformazione
dell’economia globale, e facciano in modo che ognuno abbia quantomeno un
posto in piedi, se non una comoda poltrona di prima classe. Al tempo
stesso, la storia giudicherà il resto di noi in base a quanto faremo per
aiutare i poveri del mondo a salire in buon ordine su quel treno.
- Esiste un crescente consenso
su cosa debba essere fatto da aperte nostra per raggiungere questo sommo
obiettivo — ed esso può essere raggiunto. Desidero quindi
attirare la vostra attenzione su alcune aree specifiche che sono di
particolare attenzione per il Vertice.
A. Raggiungere
una crescita sostenibile
- La nostra sola speranza per
ridurre in maniera significativa la povertà consiste nel raggiungere una
crescita del reddito sostenibile e ampiamente diffusa. A tale proposito
l’Asia meridionale, e ancor di più l’Africa sub-sahariana, debbono fare
dei significativi passi in avanti.
- Gli ultimi dati sulla povertà
illustrano la portata di questa sfida. Essi mostrano un decremento nel
numero complessivo di persone che vivono con meno di 1 dollaro al
giorno. Uno sguardo più attento rivela però che questo fenomeno è dovuto
pressocché interamente ai progressi riscontrati nell’Asia orientale,
specialmente in Cina, dove il tasso di diminuzione della povertà è
strettamente legato a dei forti tassi di crescita. A tale proposito,
studi recenti mostrano una correlazione praticamente perfetta fra
crescita e riduzione della povertà nei paesi poveri — una crescita
dell’1 per cento nel PNL, infatti, porta a un corrispondente incremento
nei redditi del 20 per cento più povero della popolazione. Soltanto
nelle società dove le disuguaglianze sono più grandi i poveri non
riescono a trarre beneficio dalla crescita economica.
- Così, quali sono alcuni degli
elementi fondamentali per il successo?
- Il primo consiste
nell’ampliare l’accesso alle opportunità offerte dalla globalizzazione.
Le nazioni che hanno raggiunto una crescita più elevata sono quelle che
si sono integrate con successo nell’economia globale e hanno attratto
investimenti dall’estero. Negli ultimi 25 anni, infatti, l’Asia è
cresciuta ad un tasso annuale del 7 per cento e l’America Latina con
tassi del 5 per cento. I paesi che sono stati lasciati abbondantemente
al di fuori della globalizzazione sono risultati i peggiori. Fra queste
debbono essere incluse parti importanti dell’Africa sub-sahariana.
- Alcune persone temono che la
globalizzazione acuisca le disuguaglianze. La relazione fra questi due
fattori è, invero, complessa. Con l’eccezione delle economie in
transizione, i recenti incrementi nelle disparità di reddito sono il
risultato di cambiamenti tecnologici che hanno favorito i lavoratori con
capacità superiori rispetto a quelli meno dotati. Come crescono i
benefici economici dell’istruzione e delle abilità, così crescono le
disparità fra le persone che sono istruite e quelle che non lo sono.
Questo fatto è vero sia all’interno delle nazioni che fra gli stati. La
globalizzazione potrebbe esacerbare queste differenze, ma non ne è la
causa. Una accresciuta competizione globale potrebbe anche frenare
l’incremento dei redditi in nazioni dove i salari sono relativamente
elevati, sebbene ad oggi questo effetto si sia verificato principalmente
nei paesi industrializzati.
- Un’altra importante fonte di
disuguaglianza di reddito all’interno degli stati è rappresentata dalla
discriminazione sessuale nei salari, nei diritti di proprietà e
nell’accesso all’istruzione. In questi casi la globalizzazione, nel suo
complesso, potrebbe esercitare degli effetti positivi.
- Nei paesi in via di sviluppo
la forza lavoro impegnata nelle produzioni globali comprende di norma
un’ampia percentuale di donne — sia nel settore tessile, che in quello
elettronico, dell’elaborazione dati o nella fabbricazione di chip. In
numerosi casi, queste donne lavorano in condizioni e per salari che sono
spaventosi, e che dobbiamo sforzarci di migliorare. Ma il semplice fatto
che esse lavorino produce già degli importanti benefici.
- Queste nuove opportunità di
lavoro mettono le donne in condizione di allargare la gamma delle scelte
importanti che si trovano di fronte: esse possono ad esempio ritardare
la data del matrimonio, un fatto in conseguenza del quale il tasso di
fertilità spesso diminuisce. Esse e i loro bambini ottengono sovente
accesso a una maggiore e migliore alimentazione, assistenza sanitaria e
istruzione. Nel momento in cui il tasso di sopravvivenza dei loro
bambini aumenta, inoltre, il tasso di fertilità diminuisce
ulteriormente. La crescita nel tasso di occupazione femminile e nei
guadagni delle donne può inoltre condurre a un cambiamento nel "valore
percepito" di una bambina, il che significa che i genitori e la società
nel suo complesso potrebbero desiderare di offrire alle bambine un
maggiore accesso all’istruzione, ai servizi sanitari e
all’alimentazione.
- E’ ormai largamente
riconosciuto il fatto che il successo economico dipende in misura
considerevole dalla qualità del governo che un paese sperimenta. La
pratica del buon governo comprende le norme legislative, istituzioni
statali efficienti, trasparenza e responsabilità nella gestione degli
affari pubblici, rispetto dei diritti umani e partecipazione di tutti i
cittadini alle decisioni che interessano le loro vite. Mentre si può
anche discutere in merito alle forme più appropriate che questi principi
potrebbero assumere, la loro importanza non può assolutamente essere
contestata.
- Una spesa pubblica e un
sistema fiscale equo e trasparente rappresentano degli altri elementi di
fondamentale importanza. Le entrate debbono infatti essere impiegate
intelligentemente per aiutare i poveri e per realizzare dei validi
investimenti per infrastrutture fisiche e sociali che vadano a beneficio
di tutti. Regole eccessive, al contrario, impediscono il conseguimento
di risultati positivi e rallentano la crescita economica.
- Certe pratiche, chiaramente,
non possono essere considerate buon governo, comunque le si voglia
giudicare. Se i dittatori militari in una nazione ricca di risorse che
si trova in un’area povera del pianeta travasano 27 miliardi di dollari
dal bilancio pubblico nei propri conti personali, il risultato economico
e i poveri avranno verosimilmente a soffrirne. Le persone responsabili
di simili abusi, e le banche internazionali che trasferiscono i loro
fondi al sicuro, nei paradisi finanziari, dovranno esserne ritenute
responsabili.
- Altre forme di corruzione
istituzionale sono estreme ma possono, ciononostante, distorcere
seriamente gli incentivi economici, limitare la crescita e tradursi in
bassi livelli di aiuti per i poveri.
- Nulla può essere più
contrario alla crescita e agli obiettivi anti-povertà dei conflitti
armati. Ci deve addolorare oltre ogni limite il vedere che una guerra
tra due delle nazioni più povere dell’Africa si sia prolungata fino ad
entrare nel suo terzo anno, dopo aver già riscosso un tributo stimato in
circa 55.000 vite umane, e con 8 milioni di persone in uno dei paesi che
sono minacciate dalla carestia. Le guerre civili in altre parti
dell’Africa sono durate anche più a lungo, e hanno distrutto le
esistenze e i mezzi di sussistenza di molti altri milioni di africani.
- Una crescita sostenibile e
largamente diffusa richiede inoltre investimenti nell’istruzione e nel
settore sanitario, come pure altre politiche sociali. Le conferenze
organizzate dalle Nazioni Unite negli anni ’90 hanno articolato nei
minimi dettagli ciò che queste significano; io mi limito a raccomandare
l’adozione sia di un’iniziativa nel settore sanitario che una in quello
dell’educazione.
- Persone più istruite e più
sane sono in grado di fare delle scelte più consapevoli e conducono
delle esistenze più piene, la qual cosa li rende anche più produttive e
fa sì che le loro economie siano più competitive. Similmente, tutte le
esperienze dimostrano che estendere le pari opportunità a donne e
bambine ha un effetto moltiplicatore per intere famiglie e persino per
le comunità cui esse appartengono. A integrazione dei programmi sociali
indiscriminati, pasti scolastici e altre iniziative mirate per i poveri
esercitano un effetto al tempo stesso economico e sociale.
- Da ultimo, sono necessari
livelli e tipi di sostegno adeguati per la comunità globale — pubblica e
privata — se si intende raggiungere gli obiettivi di sviluppo stabiliti.
Mi occuperò in un’altra parte del mio rapporto di questa dimensione
della sfida.
- In breve, l’esperienza
conferma alcune verità fondamentali: la crescita rappresenta una
condizione necessaria, anche se non sufficiente, per diminuire la
povertà e le disuguaglianze di reddito. La strada più sicura per la
crescita sta nell’impegnarsi con successo nell’economia globale. Ma
questa dev’essere combinata con politiche sociali efficaci: progressi
nell’istruzione per tutti, sanità per tutti ed uguaglianza fra i sessi.
Il successo sta in una salda piattaforma di governo. E questa richiede
un sostegno esterno.
B. Creare
opportunità per i giovani
- Attualmente, oltre un
miliardo di persone si trovano nella fascia compresa tra i 15 e i 24
anni di età; infatti più o meno il 40 per cento della popolazione
mondiale ha meno di 20 anni. Molti fra questi giovani hanno già, o sono
prossimi ad avere, dei figli. Gran parte della conseguente esplosione
giovanile — pressappoco il 98 per cento — si verificherà nei paesi in
via di sviluppo.
- La demografia non è un
destino, bensì una sfida formidabile — non tanto a causa del puro e
semplice numero di persone, quanto piuttosto a causa del contesto di
povertà e privazione nel quale esse dovranno vivere a meno che noi non
riusciamo ad assumere delle iniziative decisive adesso. Se potessi
esprimere un desiderio per il nuovo millennio, questo sarebbe che noi
trattassimo questa sfida come un’opportunità per tutti, e non come una
lotteria nella quale la maggior parte di noi è destinata a perdere.
- I giovani sono una fonte di
creatività, di energia e di iniziative, di dinamismo e di rinnovamento
sociale. Essi apprendono velocemente e si adattano rapidamente.
Offriamogli l’opportunità di andare a scuola e di trovare un lavoro, ed
essi contribuiranno enormemente allo sviluppo economico e al progresso
sociale.
- Nel caso in cui dovessimo
mancare di offrire loro tali opportunità, nel migliore dei casi saremmo
complici di un imperdonabile spreco di potenziale umano.
Nell’eventualità peggiore, invece, avremmo contribuito a tutti i mali
dei giovani senza speranza: perdita di morale, ed esistenze che sono
socialmente improduttive e potenzialmente distruttive — per gli
individui stessi, per le loro comunità e pesino per le fragili
democrazie.
Istruzione
- L’istruzione costituisce
l’elemento fondamentale della nuova economia globale, a partire dalla
scuola elementare fino ad arrivare a un processo di apprendimento
continuo che dura per tutta la vita. Si tratta di una questione centrale
per lo sviluppo, per il progresso sociale e per la libertà umana.
- I livelli educativi nei paesi
in via di sviluppo sono cresciuti in maniera consistente nell’ultimo
mezzo secolo. Di certo, la rapida diminuzione della povertà nell’Asia
orientale ha avuto molto a che fare con gli investimenti a favore
dell’istruzione sostenuti dai paesi dell’area. Ciononostante, abbiamo
ancora molta strada da percorrere. Mentre la grande maggioranza dei
bambini del pianeta sta frequentando la scuola, nei paesi in via di
sviluppo più di 130 milioni di ragazzi in età scolare non segue le
lezioni — oltre metà di essi vive in India, Bangladesh. Pakistan,
Nigeria ed Etiopia.
- Inoltre, per consentire alle
loro famiglie di sopravvivere, duecentocinquanta milioni di ragazzi al
di sotto dei 14 anni, alcuni dei quali studiano, attualmente lavora,
spesso in condizioni pericolose o insalubri. Essi lavorano in nero in
piccoli laboratori artigianali urbani; nelle fattorie come domestici;
vendendo gomme o pulendo le scarpe nelle strade delle città; scendendo
nei pericolosi pozzi delle miniere; e - in numeri impressionanti -
costretti a fornire o venduti per fornire prestazioni sessuali. Gli
stati Membri, pertanto, avendo approvato la convenzione
dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sulle peggiori forme di
lavoro infantile, debbono ora metterla pienamente in pratica.
- Assicurare l’istruzione
elementare ai 130 milioni di bambini dei paesi in via di sviluppo che
attualmente non possono beneficiarne significherebbe spendere circa 7
miliardi di dollari all’anno in costi educativi, per un periodo di 10
anni. Tuttavia è necessario disporre di ben più che dei semplici
edifici. Le scuole debbono infatti essere facilmente accessibili, avere
degli insegnanti qualificati e offrire servizi quali libri di testo e
forniture gratuite per i poveri.
- Circa il 60 per cento dei
bambini che non frequentano le scuole sono femmine. Nelle aree rurali
l’iscrizione scolastica delle bambine rimane bassa in modo
impressionante. Non è solo una questione di discriminazione sessuale; si
tratta di una pessima politica sociale ed economica. L’esperienza ha
infatti dimostrato che gli investimenti effettuati per favorire
l’istruzione delle ragazze si sono tradotti direttamente e rapidamente
in una migliore alimentazione per l’intera famiglia, in una migliore
assistenza sanitaria, in una diminuzione nel tasso di fertilità, in una
diminuzione della povertà e, complessivamente, in migliori risultati
economici. E’ per questo, leader mondiali, che in occasione delle
conferenze organizzate dalle Nazioni Unite nel corso degli anni ’90,
avete riconosciuto che la povertà non potrà essere vinta senza una
specifica, immediata e sostenuta attenzione alla questione
dell’istruzione femminile.
- Ciononostante il divario fra
il numero di ragazzi e di ragazze che frequentano le scuole rimane
significativo in 47 nazioni persino a livello di istruzione elementare.
E in alcuni casi gli sforzi per aumentare le iscrizioni complessive lo
hanno perfino ampliato.
- Le famiglie che vivono in
povertà hanno di fronte a sé delle scelte difficili. La scuola è spesso
costosa, le bambine sono una fonte tradizionale di lavoro domestico
gratuito e i genitori non hanno fiducia circa il fatto che avere una
figlia istruita possa arrecare alla famiglia un beneficio pari a quello
di avere un figlio istruito. Per superare queste differenze nelle
priorità familiari e quelle della società in generale, le famiglie hanno
quindi bisogno di ricevere un aiuto da parte delle loro autorità e
governi locali, che a loro volta debbono essere sostenute dal mondo
intero. Creare delle opportunità di impiego per le donne dovrebbe avere
un effetto simile.
- L’accesso universale
all’istruzione fornita dalla scuola elementare e da quella superiore
rappresenta una necessità vitale, e può essere raggiunta solamente
colmando il divario educativo fra i sessi. L’UNICEF, con altri partner
delle Nazioni Unite, ha sviluppato un’iniziativa che comprende tanto il
livello elementare quanto quello superiore. Il suo successo dipenderà
tanto dalle strategie e dai piani nazionali, che dal sostegno
finanziario internazionale. Chiedo a tutti i governi di lavorare assieme
a noi per rendere possibile questo progetto. E propongo che facciamo un
ulteriore passo in avanti:
- Chiedo al Vertice del
Millennio di appoggiare gli obiettivi per superare in maniera
dimostrabile il divario tra i sessi nell’istruzione elementare e
superiore entro l’anno 2005 e di garantire che, entro il 2015, tutti i
bambini completino il corso di studi elementare.
Occupazione
- L’istruzione rappresenta il
primo passo. Creare opportunità di impiego è il successivo.
- Il mondo deve affrontare
l’importante sfida della disoccupazione giovanile — ed è possibile che
questo problema registri un peggioramento a causa della prossima
esplosione giovanile. Secondo le stime dell’Organizzazione
Internazionale del Lavoro, 60 milioni di giovani sono, senza successo,
alla ricerca di un’occupazione; circa l’80 per cento di essi vive nei
paesi in via di sviluppo e nelle economie in transizione verso
l’economia di mercato. Quelli che rientrano nella schiera compresa nella
fascia di età dai 15 ai 24 anni, hanno più o meno il doppio delle
possibilità di rimanere disoccupati anche da adulti; e in alcuni paesi
in via di sviluppo questo rapporto è ancora più alto. Rispetto ai
lavoratori più vecchi, i giovani hanno anche maggiori possibilità di
essere gli ultimi ad essere assunti e i primi ad essere licenziati;
inoltre essi hanno meno probabilità di essere difesi dalla normativa sul
lavoro.
- La disoccupazione può avere
effetti devastanti fra i giovani, e i governi hanno tentato, in un gran
numero di modi, di affrontare la questione. Ma le politiche studiate per
i giovani, compresa la scelta di favorirne le assunzioni, si sono
dimostrate largamente insufficienti per la semplice ragione che esse
sono economicamente insostenibili.
- Il problema consiste in una
domanda aggregata inadeguata. Le economie a bassa crescita non possono
creare sufficienti opportunità di impiego per assumere i propri giovani.
Questo fallimento, a propria volta, deprime ulteriormente la crescita e
perpetua la povertà. Nessuna ha ancora scoperto una qualunque facile od
ovvia soluzione a questo circolo vizioso che si autoperpetua.
- Assieme ai capi della
Banca Mondiale e dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sto
creando una rete politica di alto livello sul problema dell’occupazione
giovanile — facendo affidamento sui leader più creativi dell’industria
privata, della società civile e della politica economica per esplorare
degli approcci innovativi per questo difficile compito.
- Chiederò a questa rete
politica di proporre una serie di raccomandazioni che possano essere
trasmesse ai leader mondiali entro il termine di un anno. Le possibili
soluzioni al problema comprenderanno Internet e il settore informale,
specialmente il contributo che le piccole imprese possono offrire per
creare occupazione.
C. Promuovere la
salute e combattere l’HIV/AIDS
- Negli ultimi decenni le
innovazioni nella medicina, il progresso nell’assistenza sanitaria di
base e l’attuazione di politiche sociali hanno portato a degli
incrementi impressionanti nell’aspettativa di vita e a una decisa
diminuzione nel tasso di mortalità infantile. Una migliore salute, a
propria volta, stimola la crescita economica mentre riduce la povertà e
le disuguaglianze di reddito. Infatti, dagli investimenti
nell’assistenza sanitaria traggono un deciso beneficio i poveri, che per
la loro sopravvivenza dipendono in maniera consistente dallo svolgimento
del proprio lavoro.
- Non tutte le regioni hanno
raggiunto il medesimo livello di progresso. L’Asia orientale ha avuto i
risultati migliori, l’Africa sub-sahariana quelli peggiori. La mancanza
di accesso all’assistenza sanitaria di base è una delle principali
ragioni per cui le persone povere rimangono tali. In numerose nazioni a
basso reddito, ad esempio, la spesa sanitaria è sovente inferiore a 10
dollari pro capite all’anno. In Africa, il pesante fardello della
malattia non richiede solo che le famiglie debbano rinunziare a parte
delle loro già scarse risorse, ma li chiude inoltre nella trappola della
povertà di alta fertilità ed elevata mortalità.
- In alcune delle economie in
transizione, si è verificata una repentina caduta nell’aspettativa di
vita, che riflette la diminuzione della spesa pubblica nel settore
dell’assistenza sanitaria e una più generale erosione nel livello dei
servizi sociali prestati alla popolazione.
- Nonostante per la ricerca
sanitaria vengano spesi complessivamente più di 56 miliardi di dollari
all’anno, meno del 10 per cento di questa cifra viene indirizzata ai
problemi di salute che interessano il 90 per cento della popolazione
mondiale. Polmonite, diarrea, tubercolosi e malaria — tutte malattie di
grande interesse per i paesi in via di sviluppo — ricevono infatti meno
dell’1 per cento dei bilanci complessivi per la ricerca sanitaria.
- I risultati sono disastrosi.
Ogni giorno, la sola malaria si prende due vite al minuto —
principalmente bambini al di sotto dei 5 anni di età e donne incinte. La
campagna Eliminiamo la Malaria, condotta dall’Organizzazione Mondiale
della Sanità, merita quindi il nostro pieno sostegno dal momento che
mira a controllare e prevenire questa malattia mortale.
- Più in generale, un accesso
più agevole ai medicinali fondamentali, a vaccini e ad altri interventi
semplici e con un buon rapporto costo-efficacia quali zanzariere
trattate con insetticidi, potrebbero ridurre drasticamente gli levati
tassi di mortalità e di inabilità tra la povera gente del mondo intero.
- E’ al di là degli scopi di
questo rapporto esaminare dettagliatamente tutte queste sfide. Desidero
quindi concentrarmi su una crisi specifica che minaccia di invertire i
risultati conseguiti nel corso di una intera generazione di sviluppo
umano, e che si sta rapidamente rivelando una crisi sociale su scala
globale: la diffusione dell’HIV/AIDS.
- A partire dall’inizio degli
anni ’70 circa 50 milioni di persone sono state contagiate dall’HIV: 16
milioni sono morte. Nel solo 1999 5,6 milioni di persone hanno contratto
il virus dell’HIV, e la metà di esse ha meno di 25 anni. Si tratta di
una malattia che attacca prevalentemente i giovani, e i cui effetti
peggiori sono concentrati nei paesi poveri e che potrebbe potenzialmente
allargarsi a macchia d’olio.
- Dei circa 36 milioni di
persone che attualmente in tutto il mondo sono affetti dall’HIV/AIDS,
oltre 23 milioni vivono nell’Africa sub-sahariana. In Costa d’Avorio,
ogni giorno di scuola muore un insegnante. Il bambino medio che vede
oggi la luce in Botswana ha un’aspettativa di vita di 41 anni, mentre se
non ci fosse l’AIDS potrebbe sperare di arrivare a viverne 70. Nelle
città più colpite dell’Africa meridionale, il 40 per cento delle donne
incinte sono HIV positive.
- In quella stessa regione, più
di un bambino su 10 ha già perso la mamma a causa dell’AIDS. E’ stato
stimato che entro il 2010 nell’Africa sub-sahariana vi saranno 40
milioni di orfani, in gran parte a causa dell’HIV/AIDS: Quei bambini
hanno meno probabilità di frequentare la scuola o di essere vaccinati
rispetto ai loro coetanei, e vi sono molte più probabilità che soffrano
a causa di una grave malnutrizione. Tragicamente non è più insolito
vedere orfani con meno di 15 anni che gestiscono una famiglia.
- Le previsioni effettuate dal
governo dello Zimbabwe indicano che entro il 2005 l’HIV/AIDS
prosciugherà il 60 per cento degli stanziamenti nazionali per la sanità,
e che nonostante ciò non si otterranno risultati positivi. L’AIDS sta
decimando i ranghi delle persone esperte ed istruite proprio mentre
queste sono nel fiore degli anni, la qual cosa è destinata ad avere
tragiche implicazioni per tutte le nazioni colpite e per l’intera
regione.
- E l’epidemia si sta
diffondendo ben al di là dell’Africa. In Asia, le nuove infezioni
causate dall’HIV sono cresciute del 70 per cento tra il 1996 e il 1998.
Si stima che attualmente in India vivano più persone che hanno contratto
l’HIV che in ogni altro paese del mondo. In breve, la crisi è diventata
globale.
- Capitalizzando sull’accordo
raggiunto dall’Assemblea Generale in occasione della sua sessione
speciale su popolazione e sviluppo, tenuta nel 1999, propongo una
strategia per contenere e diminuire la diffusione dell’HIV/AIDS,
concentrata su giovani uomini e donne di età compresa fra i 15 e i 24
anni, e di fornire un’assistenza migliore a quanti sono già ammalati.
- L’attivo sostegno dei governi
è fondamentale. Programmi di prevenzione su larga scala hanno registrato
alcuni successi in numerose nazioni in via di sviluppo, tra cui il
Senegal, la Thailandia e l’Uganda. Simili sforzi, tuttavia, sono rari, e
normalmente dispongono di finanziamenti insufficienti. In troppe nazioni
quella che potremmo chiamare una cospirazione ufficiale del silenzio ha
impedito alla gente di ottenere quelle informazioni che avrebbero potuto
salvare le loro vite. Dobbiamo quindi mettere i giovani in condizione di
proteggersi mediante informazioni e un ambiente sociale favorevole che
diminuisca la loro vulnerabilità nei confronti dell’infezione.
- Come passo successivo, dovrà
essere procurato un facile accesso ai servizi essenziali e alla
tecnologia preventiva, compresi profilattici per uomini e donne. A
proposito di prevenzione, prevenire la trasmissione da madre a figlio è
particolarmente importante. Questo fatto potrebbe infatti evitare mezzo
milione di nuove infezioni infantili ogni anno. Abbiamo la prova che un
medicinale chiamato Nevapirine agisce efficacemente su madre e figlio a
un costo relativamente basso. Una somministrazione singola da 4 dollari
— unitamente al costo dei test e della consulenza volontaria — potrebbe
risultare altrettanto efficace di regimi di cura più complicati e dai
costi molto maggiori. Se così fosse, questo rimedio dovrebbe essere reso
universalmente disponibile.
- I leader mondiali debbono
agire per proteggere i giovani e i bambini dei loro paesi da premature
malattie e morte evitabili dovute all’HIV. L’UNAIDS lavorerà con i
governi e con altri partner per sviluppare e mettere in atto dei piani
d’azione nazionali. Per questo, intendo chiedere che ogni nazione
gravemente colpita da questa epidemia sviluppi un piano d’azione
nazionale entro un anno dal Vertice. Inoltre:
- Raccomando che il Vertice
del Millennio adotti come obiettivo esplicito una diminuzione del 25 per
cento entro il 2005 dei tassi di infezione da HIV fra le persone
appartenenti alla fascia di età 15 — 24 anni che vivono nei paesi
maggiormente colpiti da questa epidemia per arrivare a una riduzione su
scala globale che dovrà essere del 25 per cento entro il 2010.
- A questo fine, raccomando
inoltre che i governi stabiliscano degli obiettivi di prevenzione
espliciti: entro il 2005 almeno il 90 per cento e per il 2010 almeno il
95 per cento di giovani uomini e donne dovranno avere accesso alle
informazioni, ai servizi educativi e ai servizi di cui hanno bisogno per
proteggersi nei confronti dell’infezione da HIV.
- Infine, il mondo ha un
disperato bisogno di un vaccino contro l’HIV che sia efficace. Dei 2
miliardi di dollari spesi a tutt’oggi per la cura dell’AIDS, solo 250
milioni sono stati impiegati per sviluppare dei vaccini, pochi dei quali
sono potenzialmente utili per le nazioni povere, dove si verifica circa
il 95 per cento delle infezioni da HIV.
- Per questo motivo, io
sfido le nazioni industrializzate a lavorare con le loro industrie
farmaceutiche e altri partner per sviluppare un vaccino contro l’HIV che
sia efficace ed economico.
- Le sfide scientifiche e le
necessità finanziarie sono tali da mettere paura, ma io ritengo che una
collaborazione innovativa fra settore il pubblico e quello privato,
sostenuta da sistemi di incentivazione pubblici, possa stimolare
quell’incremento degli investimenti che è così disperatamente
necessario. L’Alleanza Globale per i Vaccini e le Vaccinazioni serve
come modello dei risultati che una simile collaborazione potrebbe
raggiungere. (vedere Box numero 2).
- Da ultimo, dobbiamo anche
garantire che vengano migliorati i sistemi di cura e di supporto per i
36 milioni di persone che sono ammalate a causa dell’HIV/AIDS. Persino
delle cure relativamente poco costose e un’assistenza migliore possono
essere d’aiuto nella lotta contro i sintomi dell’AIDS, e possono rendere
possibile alle persone affette da questo male di vivere delle esistenze
più lunghe, più produttive e più dignitose. Inoltre i governi,
l’industria farmaceutica e le istituzioni internazionali lavorando
assieme debbono rendere i farmaci contro l’HIV maggiormente accessibili
ai paesi in via di sviluppo.
|
Box numero
2
Alleanza
Globale per i Vaccini e le Vaccinazioni
All’inizio del nuovo millennio un quarto dei bambini del pianeta, la
maggior parte dei quali vive nei paesi poveri, rimane senza alcuna
copertura nei confronti delle sei principali malattie: poliomielite,
difterite, pertosse, morbillo, tetano e tubercolosi. Questi bambini
hanno 10 possibilità in più di morire a causa di queste malattie
rispetto a dei bambini che siano stati vaccinati.
L’Alleanza Globale per i Vaccini e le Vaccinazioni (Global Alliance
for Vaccines and Immunization — GAVI), è stata creato nel 1999 con
lo scopo di assicurare che i bambini di tutto il mondo siano
protetti da quelle malattie che possono essere prevenute grazie alle
vaccinazioni.
L’Alleanza è una coalizione creativa costituita da governi
nazionali, banche per lo sviluppo, leader del mondo degli affari,
fondazioni filantropiche, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il
gruppo della Banca Mondiale e l’UNICEF. I suoi obiettivi strategici
comprendono:
·
Incrementare l’accesso a servizi di vaccinazione sostenibili;
- Velocizzare la ricerca
e lo sviluppo di nuovi vaccini per quelle malattie che affliggono
prevalentemente i paesi in via di sviluppo, quali l’HIV/AIDS, la
malaria, la tubercolosi e la diarrea;
- Aumentare il tasso di
impiego di tutti i vaccini con un buon rapporto costo-efficacia
che già esistono;
- Rendere la vaccinazione
un caposaldo nella progettazione e nella valutazione degli sforzi
internazionali per lo sviluppo.
Nel Gennaio
2000, al Forum Economico Globale di Davos, il GAVI ha lanciato il
Fondo Globale per i Vaccini Infantili. Il Fondo creato grazie a una
donazione di 750 milioni di dollari proveniente dalla Fondazione
Bill e Melinda Gates, fornirà le risorse necessarie ad espandere le
capacità dei vaccini già esistenti e a rafforzare le infrastrutture
necessarie a consegnare vaccini nelle nazioni più povere. Il Fondo
contribuirà inoltre alla ricerca per sviluppare dei nuovi vaccini.
L’Alleanza
Globale per i Vaccini e le Vaccinazioni esemplifica il valore della
cooperazione fra il settore pubblico e quello privato, nel ricercare
delle soluzioni globali a problemi globali.
|
D. Migliorare
i quartieri poveri
133.
Nel corso della prossima generazione, la popolazione urbana globale
raddoppierà, passando da 2,5 a 5 miliardi di persone. Praticamente tutto
questo incremento sarà concentrato nei paesi in via di sviluppo. Le città
vengono spesso descritte come culle della civilizzazione e come fonti di
rinascimento culturale ed economico ma, per quel terzo circa della
popolazione urbana del mondo in via di sviluppo che vive in condizioni di
estrema povertà, esse sono invece tutt’altro. Gran parte di questi poveri
urbani, infatti, non ha altra possibilità che cercarsi un rifugio in uno
squallido e pericoloso insediamento abusivo o nei quartieri poveri. E
anche se la popolazione delle città, alla stessa stregua di quella delle
nazioni, in media sta invecchiando, gli abitanti dei quartieri poveri sono
invece sempre più giovani.
- I quartieri poveri vengono
chiamati in molti modi differenti — favelas, kampungs, bidonville,
tuguri, gecikondus — ma anche se i termini cambiano, il loro
significato rimane il medesimo ovunque: delle condizioni di vita
miserevoli. I quartieri poveri mancano infatti dei più elementari
servizi municipali, come l’acqua, le fognature, la raccolta dei rifiuti
e il drenaggio delle acque piovane. Di norma, nei quartieri poveri non
vi sono scuole o ospedali a breve distanza, nessun luogo in cui gli
abitanti possano incontrarsi e socializzare, nessuna area tranquilla in
cui i bambini possano giocare. Gli abitanti dei quartieri poveri vivono
e lavorano in condizioni di insicurezza totali — esposti a malattie, al
crimine e a rischi ambientali.
- Simili quartieri poveri e
insediamenti abusivi sono solo in parte una conseguenza di una scarsità
di risorse. Sono infatti responsabili anche il cattivo funzionamento del
mercato immobiliare e terriero, l’irresponsabilità dei sistemi
finanziari, il fallimento delle politiche, la corruzione e una
fondamentale mancanza di volontà politica. E tuttavia queste vere e
proprie città dentro le città sono delle fonti perenni di energia
imprenditoriale che potrebbe essere impiegata per migliorare il
benessere dei loro abitanti e della società in generale.
- La Banca Mondiale e le
Nazioni Unite hanno unito le forze per rispondere a questa sfida,
costruendo un’alleanza globale delle città e dei loro partner per lo
sviluppo. Un ambizioso piano d’azione battezzato "Città senza quartieri
poveri" è stato lanciato nel Dicembre 1999, con il patrocinio del
presidente Nelson Mandela. Il piano punta a migliorare le esistenze di
100 milioni di abitanti dei quartieri poveri entro il 2020. (Gli aspetti
fondamentali di questo piano sono presentati nella tavola). Il piano
necessita che i leader mondiali si impegnino a migliorare le condizioni
di vita dei poveri urbani, e che la comunità internazionale per lo
sviluppo, a propria volta, si concentri su questo impegno.
- Sostengo con decisione
l’iniziativa Città senza quartieri poveri e chiedo a tutti gli Stati
Membri di approvarla e di agire in suo favore.
Piano d’azione
Città senza Quartieri poveri
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Azioni
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2000
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2001
|
2006-2020
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·
Mobilizzare
impegni finanziari e politici globali per il miglioramento dei
quartieri poveri e accelerare la capacità di sostenere iniziative su
larga scala
|
·
20 programmi
di ampiezza cittadina o nazionale in corso di svolgimento in cinque
regioni cambieranno le esistenze di 5 milioni di poveri urbani
|
·
50 programmi
di portata nazionale saranno stati già lanciati con un miglioramento
dei quartieri poveri — un elemento fondamentale nelle strategie di
sviluppo urbano in gran parte delle nazioni del pianeta
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·
100 milioni
di abitanti dei quartieri poveri dispongono dei servizi fondamentali
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·
Si ferma lo
sviluppo di altri quartieri poveri
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Sostegno in
donazioni
(milioni di
dollari)
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4 milioni di
dollari
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4 milioni di
dollari
|
4 milioni di
dollari
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Incremento
dei bilanci urbani (milioni di dollari)
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3,5 milioni
di dollari
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4 milioni di
dollari
|
4 milioni di
dollari
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Aumento degli
investimenti
(milioni di
dollari)
|
200 milioni
di dollari
|
4 milioni di
dollari
|
4 milioni di
dollari
|
E. Integrare
l’Africa
138.
In nessun luogo quanto nell’Africa a sud del Sahara c’è bisogno di
un impegno globale per la riduzione della povertà, dal momento che nessuna
regione del pianeta sopporta delle sofferenze umane maggiori. Le ultime
stime indicano che l’Africa sub-sahariana ha la percentuale più ampia di
persone che vivono con meno di un dollaro al giorno. La crescita nel
reddito pro capite ha registrato una media dell’1,5 per cento negli anni
’60, dello 0,8 per cento negli anni ’70, e un meno 1,2 per cento negli
anni ’80. Negli anni ’90, la regione è cresciuta più lentamente di
qualsiasi altro gruppo di nazioni a medio o basso reddito.
- Attualmente, il reddito pro
capite è di soli 500 dollari all’anno. I flussi dei capitali privati in
direzione dell’Africa rappresentano solo una minuscola frazione dei
flussi globali, e nel caso di alcune nazioni, la fuga dei capitali
equivale a diverse volte il valore dei rispettivi PNL. Il notevole
debito estero complessivo sovente supera l’intero prodotto nazionale
lordo, e non è inconsueto che le esigenze per il servizio del debito
superino del 25 per cento il ricavato delle esportazioni. Invertire
queste tendenze pone una enorme sfida tanto a chi realizza le politiche
nazionali che quelle internazionali, e la difficoltà del compito viene
moltiplicata numerose volte dalla gravità della crisi dell’AIDS in
Africa.
- L’industria estrattiva domina
l’economia della regione e le risorse vengono esaurite a una velocità
allarmante. Le necessità infrastrutturali sono enormi, in particolare
nei settori della produzione di energia elettrica e delle
telecomunicazioni. Il consumo di energia elettrica pro capite è il più
basso del mondo. L’Africa possiede 14 linee telefoniche ogni 1.000
abitanti, e meno dello 0,1 per cento di tutti gli africani ha navigato
in Internet. Soltanto il 17 per cento delle strade sono asfaltate. E
l’elenco delle carenze potrebbe continuare ancora a lungo.
- Ciononostante lo scorso anno
— prima delle devastanti inondazioni recenti — il Mozambico ha
registrato una fra le massime crescite mondiali del PNL. I prezzi più
elevati delle materie prime, ovviamente, hanno avuto un ruolo
significativo nel conseguimento di questo risultato, ma il Mozambico,
totalmente impoverito e, solo pochi anni fa, stretto nella morsa di una
guerra civile apparentemente senza soluzione, ha fatto enormi progressi
contando sulle proprie forze. Il Botswana, che si classifica secondo
nell’elenco, e molte altre nazioni della regione hanno per qualche tempo
goduto di una buona performance economica e sono state ben governate.
Quali sono dunque gli impedimenti che ostacolano questi paesi?
- In termini economici, la
produttività africana ha sofferto perché i regimi economici tendono ad
essere strettamente controllati e vengono governati in modo inefficiente
dallo stato. Questo fatto si traduce in elevate barriere agli scambi, e
in una scadente disponibilità di servizi pubblici. Significa anche che
la corruzione è ampiamente diffusa. Le società appartenenti al settore
privato non sono in condizione di competere nell’arena internazionale
dal momento che non dispongono dell’accesso alla tecnologia e alle
informazioni necessarie.
- In ogni caso, in Africa il
comparto agricolo deve ancora sperimentare una Rivoluzione Verde. A
differenza del resto del pianeta, infatti, la produzione alimentare non
è aumentata in maniera significativa. Piovosità variabile, terreni
pesantemente alterati, malattie e pestilenze hanno reclamato il proprio
pedaggio. Le tecnologie agricole sviluppate in altre zone climatiche ed
ecologiche non sono state trasferite correttamente nella regione.
Fattori di produzione quali i fertilizzanti vengono spesso controllati
da monopoli si stato e non vengono messi a disposizione degli
agricoltori a prezzi competitivi. Si stimava che all’inizio degli anni
’90, ad esempio, i prezzi dei fertilizzanti fossero da due a quattro
volte più cari in Africa rispetto all’Asia. La povertà delle dotazioni
infrastrutturali limita inoltre la capacità di trasferimento delle
produzioni, cosicché i costi di trasporto e di spedizione rimangono
proibitivi.
- Il settore agricolo
dell’Africa continua perciò a non essere in grado di rappresentare, per
le popolazioni urbane del continente, una fonte di cibo affidabile e con
prezzi convenienti. Per questa ragione, gran parte delle necessità
alimentari dell’Africa sub-sahariana vengono soddisfatte mediante le
importazioni. I suoi centri urbani rimangono piccoli secondo quelli che
sono gli standard internazionali, e non dispongono neanche del capitale
umano che sarebbe necessario per alimentare l’espansione industriale.
- Sfido i più importanti
esperti mondiali a riflettere oltrepassando la barriera della bassa
produttività africana. Imploro le grandi fondazioni filantropiche - che
hanno stimolato in maniera così importante e così pratica la ricerca
sull’agricoltura - di essere all’altezza di questa sfida di fondamentale
importanza.
- In numerose nazioni africane
esistono inoltre degli ostacoli politici al progresso economico. Ho
trattato di tali questioni in occasione del rapporto presentato al
Consiglio di Sicurezza nell’Aprile del 1998. La competizione politica si
condensa infatti in un’attitudine a far sì che "il vincitore prenda
tutto", il controllo delle ricchezze e delle risorse della società, e il
potere di assegnare certi incarichi e le prerogative delle funzioni. In
fin troppi esempi, questo fenomeno si accoppia con delle violazioni dei
diritti fondamentali e con una notevole facilità a fare ricorso alla
forza per risolvere delle controversie o mantenere saldamente la propria
presa sul potere.
- Solo gli africani, concludevo
in quel rapporto, possono interrompere questi circoli viziosi. Sono
gratificato del fatto che in così tanti abbiano deciso di seguire questa
strada, e che i governanti che hanno perpetrato dei crimini contro la
loro gente siano sempre più di frequente ritenuti responsabili delle
proprie azioni. Tuttavia, inesplicabilmente, ancora oggi relativamente
pochi fra i governi africani dimostrano nelle loro politiche nazionali
economiche e sociali il necessario impegno per una diminuzione della
povertà .
- Abbiamo la possibilità di
modificare questo stato di cose. Vi sono numerosi sviluppi positivi in
Africa, e la comunità internazionale ha dimostrato un crescente
interesse nell’assistere quelle nazioni africane tuttora colpite da
agitazioni e tragedie. E proprio per questo non dobbiamo diminuire
l’intensità dei nostri sforzi proprio adesso.
F. Costruire
ponti digitali
- Il mondo sta muovendo i primi
passi verso quella che è un’altra rivoluzione tecnologica. Lo vediamo
nel settore della medicina e in quello farmaceutico, per non parlare
delle biotecnologie. Queste nuove frontiere suscitano al tempo stesso
speranze e paure. Migliori condizioni di salute e una maggiore sicurezza
alimentare sono alla nostra portata, ma nel cogliere le opportunità che
le biotecnologie rappresentano, non dobbiamo trascurarne i rischi che
esse potenzialmente comportano. In particolare, dobbiamo essere certi
che venga garantito un libero accesso alle informazioni raccolte dai
ricercatori mentre decifrano i codici genetici. I codici genetici della
vita umana, infatti, appartengono all’umanità intera.
- Vorrei in questa occasione
concentrare l’attenzione su un cambiamento tecnologico che sta già
trasformando la vita economica e sociale: la rivoluzione digitale.
Cambiamenti di capitale importanza si stanno infatti verificando nelle
industrie delle comunicazioni e dell’informazione, e avvengono a una
velocità prossima a quella della luce (vedere figura 4.).
|
 |
Figure 4
Growth of information technologies
(Millions)
Source:
Worldwatch Institute, International Communication Union 2000. |
- Ci sono voluti 38 anni perché
la radio raggiungesse 50 milioni di ascoltatori, e 13 perché questo
traguardo venisse ottenuto dalla televisione. Il medesimo numero di
persone ha invece adottato Internet in soli quattro anni. Nel 1993 il
World Wide Web ospitava 50 pagine; oggi sono più di 50 milioni. Nel 1998
si sono registrate su Internet 143 milioni di persone; entro il 2001 il
numero degli utenti salirà a 700 milioni. Nel 1996 il mercato per il
commercio elettronico valeva 2,6 miliardi di dollari; si prevede che
entro il 2002 esso cresca fino a raggiungere quota 300 miliardi. E già
oggi la rete possiede una gamma di applicazioni superiore a quella di
qualsiasi altro strumento di comunicazione precedentemente inventato.
- Al presente nel mondo si sta
creando uno spartiacque digitale. Negli Stati Uniti d’America ci sono
infatti più computer che in tutto il resto del mondo. E a Tokyo ci sono
tanti telefoni quanti nell’intera Africa.
- Questo spartiacque digitale
può essere — e sarà — attraversato. Già adesso, la città di Bangalore,
in India, è diventato un dinamico punto centrale di innovazione, potendo
vantare più di 300 aziende high-tech. Il valore delle sole esportazioni
indiane di software supererà quest’anno i 4 miliardi di dollari — una
cifra che è pari a circa il 9 per cento delle esportazioni complessive
dell’India - e fonti industriali prevedono che il fatturato dei
programmi informatici raggiungerà quota 50 miliardi di dollari entro il
2008. (vedere il Box numero 3).
- La crescita economica del
Costa Rica, nel 1999, è stata dell’8,3 per cento, la più alta
dell’intera America Latina, ed è stata alimentata dalle esportazioni
dell’industria dei microchip, che attualmente pesa per il 38 per cento
sul totale dell’export nazionale. Potrei fornire una quantità di altri
esempi sui paesi in via di sviluppo che stanno cogliendo le opportunità
offerte da questa rivoluzione. Essa porta con sé grandi promesse di
crescita e di sviluppo economico, potenzialmente per ogni nazione della
Terra.
- Per apprezzare pienamente il
modo in cui la rivoluzione digitale può stimolare la crescita e lo
sviluppo economico, dobbiamo cercare di afferrare numerose delle sue
caratteristiche fondamentali. Anzitutto, essa ha creato un settore
economico completamente nuovo che, semplicemente, in precedenza non
esisteva. Dal momento che i paesi che si trovano ad occupare la prima
linea destinano porzioni sempre più vaste della propria economia a
questo settore, si apre uno spazio di enorme valore che può essere
occupato da altri, e così via, per ondate successive che potranno man
mano interessare l’intero sistema economico mondiale. Questo, nei fatti,
è il modo in cui le cosiddette economie emergenti in effetti "emergono"
per la prima volta quando gli altri settori vengono lasciati liberi. La
globalizzazione agevola questo genere di spostamenti.
- In secondo luogo, il capitale
di maggior valore nell’era della rivoluzione digitale è, sempre più, il
capitale intellettuale. I costi dell’hardware stanno diminuendo. Il
passaggio da hardware a software come elemento fondamentale
dell’industria, contribuisce a superare quello che ha rappresentato uno
dei principali ostacoli allo sviluppo — la scarsità di capitali. Esso
aumenta inoltre le possibilità che le nazioni povere possano saltare a
pie’ pari alcuni dei più lunghi e difficili stadi del processo di
sviluppo. Chiaramente, il necessario capitale intellettuale non è
universalmente disponibile, ma nel mondo in via di sviluppo e nelle
nazioni in transizione esso è comunque molto più diffuso del capitale
finanziario.
- In terzo luogo, la
rivoluzione digitale, oltre a creare un nuovo settore economico,
rappresenta anche un mezzo per trasformare e migliorare molte altre
iniziative. Le Isole Mauritius, ad esempio, impiegano Internet per
imporre sul mercato globale la propria industria tessile. Il Programma
dell’UNCTAD Punto di Scambio permette ai suoi partecipanti di
commerciare i prodotti on-line. Il Governo del Mali ha creato una rete
intranet per garantire dei servizi amministrativi più efficaci. E ci
sono molte altre opportunità.: per la telemedicina e l’apprendimento a
distanza; per banche virtuali abbinate al microcredito; per controllare
le previsioni del tempo prima di seminare e i prezzi delle coltivazioni
prima della mietitura.; per avere a portata di mano la biblioteca più
grande del mondo, e così via. Il settore della tecnologia
dell’informazione, in breve, può trasformare numerosi, se non la gran
parte, altri settori dell’attività economica e sociale.
- Da ultimo, il prodotto
fondamentale in questo settore — l’informazione — possiede delle
caratteristiche uniche, che non condivide con nessun altro. L’acciaio
impiegato per costruire un edificio, o gli scarponi indossati dagli
operai che lo costruiscono, non possono essere utilizzati da nessun
altro. L’informazione è differente. Essa non è soltanto disponibile per
utilizzi ed utenti multipli, ma più viene usata e più acquista valore.
Lo stesso può dirsi delle reti che connettono differenti fonti di
informazione. Noi, nel mondo che prende le decisioni politiche, abbiamo
bisogno di capire meglio come l’economia dell’informazione differisca
dall’economia dei beni fisici che sono naturalmente scarsi — e di
impiegarla per raggiungere i nostri obiettivi politici.
- Con questo non voglio dire
che per i paesi in via di sviluppo, specie per quelli molto poveri, la
transizione sarà facile. La mancanza di risorse e di capacità
rappresenta il primo aspetto del problema, l’inadeguatezza delle
infrastrutture di base un secondo, mentre analfabetismo e lingua
costituiscono il terzo lato del dilemma e, naturalmente, esistono delle
preoccupazioni riguardo alla riservatezza dei dati e a i contenuti
diffusi sulla rete. Soluzioni tecniche saranno disponibili per risolvere
numerosi di questi problemi, compreso l’accesso senza cavi, e persino la
disponibilità di programmi per la traduzione automatica semplici, che ci
consentiranno di comunicare e impegnarci nel commercio elettronico
superando le barriere della lingua.
- Per l’immediato futuro, il
modello di consumo individuale per l’impiego della tecnologia
dell’informazione che sta prevalendo nelle nazioni industrializzate si
dimostrerà troppo costoso per gran parte di quelle in via di sviluppo.
Ma anche questi vincoli potranno essere superati. Telecentri pubblici
sono stati realizzati dal Perù al Kazakhistan. In Egitto, ad esempio, il
Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo ha contribuito a creare
dei centri Comunitari per l’Accesso alla Tecnologia per portare il
servizio fax e Internet nelle aree povere e in quelle rurali. Grazie al
contributo delle organizzazioni della società civile e del settore
privato, possiamo allargare questi programmi pilota per raggiungere
anche gli angoli più remoti del pianeta.
- Non c’è però alcun semplice
rimedio per quegli impedimenti istituzionali che esistono in numerosi
paesi in via di sviluppo, soprattutto ambienti normativi che non sono di
aiuto e tariffe esorbitanti imposte dalle autorità nazionali.
- Invito gli Stati Membri a
rivedere le proprie politiche e disposizioni in questo settore, affinché
siano certi di non stare impedendo al proprio popolo di approfittare
delle opportunità offerte dalla rivoluzione digitale.
- Quale dimostrazione concreta
di come possiamo costruire dei ponti al di sopra degli spartiacque
digitali, sono onorato di annunciare l’istituzione di una nuova Rete
Sanitaria per i paesi in via di sviluppo.
- Questa rete creerà e farà
funzionare 10.000 siti on-line negli ospedali, nelle cliniche e nelle
strutture sanitarie pubbliche dell’intero mondo in via di sviluppo. Essa
punta ad offrire l’accesso a informazioni mediche e sanitarie importanti
e aggiornate, realizzate su misura per nazioni specifiche o specifici
gruppi di nazioni. Le attrezzature e gli accessi a Internet, senza fili
ove necessario, saranno messe a disposizione da un consorzio capitanato
dalla Fondazione WebMD, in cooperazione con altre fondazioni e
con dei partner aziendali. Addestramento e costruzione delle competenze
all’interno dei paesi in via di sviluppo sono parte integrante del
progetto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sta seguendo per conto
delle Nazioni Unite lo sviluppo di questa iniziativa con partner
esterni, compresa la Fondazione delle Nazioni Unite.
- Annuncio inoltre una
seconda iniziativa per costruire i ponti digitali: un Servizio delle
Nazioni Unite per la Tecnologia dell’Informazione, che propongo di
chiamare UNITeS.
- Si tratterà di un consorzio
di volontari high-tech, tra cui il Net Corps Canada e il Net Corps
America, che i Volontari delle Nazioni Unite aiuteranno a coordinare.
L’UNITeS addestrerà gruppi di persone dei paesi in via di sviluppo sugli
utilizzi e le opportunità offerte dalla tecnologia dell’informazione, e
stimolerà la costituzione di ulteriori corpi digitali nel Nord e nel Sud
del pianeta. Stiamo attualmente individuando delle fonti di
finanziamento esterno per sostenere l’UNITeS.
|
Box numero 3
L’India e
la rivoluzione informatica
Nessun
altro paese in via di sviluppo ha tratto dalla rivoluzione digitale
maggiori benefici dell’India, la cui industria del software dovrebbe
crescere di otto volte, raggiungendo un fatturato di 85 miliardi di
dollari entro il 2008. Questa industria ha generato un significativo
aumento dell’occupazione e della ricchezza, creando dei nuovi quadri
di imprenditori high-tech. Un’azienda indiana, la Infosys
Technologies, ha registrato un incremento pari a dieci volte la
propria capitalizzazione da quando si è quotata sul mercato dei titoli
tecnologici statunitense del Nasdaq, nel Marzo 1999.
La
rivoluzione del software in India è stata accelerata dagli
investimenti provenienti dall’estero e coadiuvata dalla
liberalizzazione economica e dalla creazione di parchi tecnologici
software patrocinati dal governo. L’India dispone inoltre di un gran
numero di professionisti del software che si operano globalmente.
Le aziende
indiane sono diventate leader mondiali nella progettazione di portali
e applicazioni che girino sul web, e hanno aggirato con successo i
ritardi burocratici e l’obsolescenza delle infrastrutture costruendo
sistemi di telecomunicazione proprietari e utilizzando il satellite
per distribuire in tutto il mondo i software di loro produzione. In
India gli accessi a Internet stanno crescendo rapidamente e si stima
che circa 6 milioni di persone che vivono in questo paese saranno
connessi a Internet entro il 2001, favoriti dal processo di
deregolamentazione in atto nei settori delle telecomunicazioni e della
tecnologia dell’informazione.
Ciononostante l’India, come tante altre nazioni, continua a dovere far
fronte alla sfida dello "spartiacque digitale". Esiste infatti
all’interno del paese un enorme divario fra quelli che fanno parte
della rivoluzione di Internet e quelli che non si sono invece
integrati. In India, nel cinquantesimo anniversario della
proclamazione della repubblica costituzionale, il Presidente ha
avvertito il paese che la nazione dispone "di uno dei più grandi
serbatoi di personale tecnico del mondo, ma anche il più grande numero
di analfabeti del pianeta, il più grande numero di persone che vivono
al di sotto della linea di povertà, e il più grande numero di bambini
malnutriti."
Il
successo dell’India nell’abbracciare la rivoluzione tecnologica è
direttamente collegato al suo successo nello sfornare una gran
quantità di laureati e diplomati estremamente qualificati nelle
discipline tecniche e scientifiche. Le reti informatiche che questi
laureati stanno attualmente costruendo possiedono un enorme potenziale
per la diffusione dei benefici dell’istruzione anche fra quanti sono
stati meno fortunati.
|
G. Dimostrare
una solidarietà globale
167.
La creazione di un mercato globale integrato rappresenta una delle
più importanti sfide per l’umanità nel ventunesimo secolo. Siamo tutti più
poveri se ai poveri viene negata una possibilità di vivere meglio. Ed è
nelle nostre possibilità estendere queste opportunità a tutti.
- I paesi ricchi dovranno
rivestire un ruolo indispensabile nell’aprire ulteriormente i loro
mercati, nell’assicurare un condono del debito più esteso e più rapido,
e nel fornire un’assistenza allo sviluppo maggiore e meglio sviluppata.
Accesso al
commercio
- nonostante decenni di
liberalizzazione, il sistema degli scambi mondiali rimane gravato da
tariffe e quote all’importazione. Gran parte delle nazioni
industrializzate proteggono pesantemente il proprio mercato agricolo e
quello dei prodotti tessili — gli unici due settori nei quali i paesi in
via di sviluppo possiedono un vantaggio competitivo riconosciuto. In
aggiunta, i sussidi all’agricoltura delle nazioni industrializzate
abbattono i prezzi mondiali, colpendo ancora più duramente gli
agricoltori dei paesi poveri.
- Ognuno paga dei prezzi
elevati per queste politiche. Il costo stimato per ogni lavoro "salvato"
nelle nazioni industrializzate va dai 30.000 ai 200.000 dollari, a
seconda del settore industriale. Le perdite economiche globali che
derivano dal protezionismo agricolo potrebbero raggiungere quota 150
miliardi di dollari all’anno — di cui circa 20 miliardi di dollari per
le esportazioni perdute dai paesi in via di sviluppo. I paesi in via di
sviluppo, comunque, creano un grave danno a sé stesse adottando le
proprie politiche protezioniste, nel comparto agricolo come in ogni
altro settore economico.
- Piuttosto che cercare di
tenere in vita delle industrie ormai in declino, un tentativo che nel
lungo periodo fallisce sempre, i leader politici dovrebbero preoccuparsi
di incrementare le competenze mediante l’adozione di programmi per
l’istruzione e l’addestramento, e fornendo assistenza per la
riconversione.
- La decima sessione della
Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e sullo Sviluppo, tenuta
recentemente a Bangkok, ha messo in luce la necessità di un migliore
accesso ai mercati per i prodotti agricoli e industriali esportati dalle
nazioni meno sviluppate. Questo sarebbe particolarmente d’aiuto per i
paesi dell’Africa sub-sahariana.
- Invito le nazioni
industrializzate a valutare la possibilità di offrire un accesso esente
da dazi e da quote all’importazione per praticamente tutte le
esportazioni provenienti dai paesi meno sviluppati — e ad essere
preparati ad appoggiare tale impegno in occasione della Terza Conferenza
delle Nazioni Unite sulle Nazioni Meno Sviluppate, che si terrà nel
marzo del 2001.
- Una questione collegata ai
legami commerciali è emersa negli ultimi anni. Mi riferisco
all’intenzione di alcuni di condizionare la liberalizzazione degli
scambi al rispetto da parte dei paesi in via di sviluppo di determinate
condizioni nelle aree del lavoro, dell’ambiente e dei diritti umani.
Tale questione dev’essere trattata con estrema attenzione, affinché essa
non diventi solo un altro pretesto per giustificare il protezionismo.
- Propongo di seguire una
strada differente. In primo luogo, nella maggior parte di queste aree
esistono già degli accordi in merito ai valori universali e a degli
standard comuni — il frutto di numerose conferenze e di lunghe
trattative. Quel che è ora necessario è che gli stati non trascurino i
propri obblighi e che alle competenti agenzie delle Nazioni Unite siano
garantite le risorse e il sostegno per aiutarli. Se poi questo significa
che il mondo dovrebbe avere un’organizzazione ambientalista più solida ,
ad esempio, o che l’Organizzazione Internazionale del lavoro debba
essere rafforzata, allora prendiamo pure in considerazione questa
possibilità.
- In secondo luogo, le aziende
globali debbono giocare un ruolo di indirizzo a tale riguardo.
All’interno delle proprie strutture, con un costo relativamente basso,
esse possono infatti applicare, ovunque operino, delle pratiche
corrette. Questo fatto avrebbe un benefico effetto dimostrativo in tutto
il mondo. E’ per questa ragione che ho invitato il mondo degli affari
nel suo complesso ad unirsi a me in un "Contratto Globale" per applicare
nelle loro pratiche aziendali una serie di valori fondamentali in tre
aree: standard lavorativi, diritti umani e ambiente (vedere il Box
numero 4). Questa iniziativa è stata appoggiata da un ampio gruppo di
associazioni imprenditoriali, gruppi sindacali e organizzazioni non
governative — e io spero di poter presto annunciare il nome del primo
leader del mondo degli affari che si unirà a noi per rendere il
Contratto Globale una realtà di quotidiana.
Condono del
debito
- I livelli elevati del debito
estero rappresentano un pesantissimo fardello che schiaccia le
possibilità di crescita economica di gran parte delle nazioni più
povere. Il servizio del debito estero in valuta pregiata impedisce
infatti loro di effettuare degli investimenti adeguati nei settori
dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria, nonché di reagire
efficacemente ai disastri naturali e a emergenze di altro genere. Il
condono del debito per queste nazioni povere altamente indebitate deve,
perciò, essere parte integrante del contributo allo sviluppo della
comunità internazionale.
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Box numero 4
Il
Contratto Globale: una Struttura per la collaborazione fra le Nazioni
Unite e il settore privato
Lanciato
agli inizi del 1999 dal Segretario Generale, il Contratto Globale è
un’impresa comune dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, del
Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente e dell’Ufficio dell’Alto
Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.
Il
Contratto cerca di impegnare le imprese nella promozione di standard
lavorativi equi, al rispetto dei diritti umani e alla protezione
dell’ambiente. Alle imprese viene chiesto di tradurre il proprio
impegno in queste tre aree dai principi generali in pratiche di
gestione concrete. Il Contratto Globale è basato sulla convinzione che
intrecciare il filo dei valori universali nel tessuto dei mercati
globali e delle pratiche aziendali contribuirà a far progredire degli
obiettivi sociali di grande importanza, garantendo al tempo stesso
l’apertura dei mercati stessi.
Per
contribuire al raggiungimento di questi ambiziosi obiettivi, la
squadra che all’interno delle Nazioni Unite lavora al Contratto ha
creato un sito Internet che fornisce informazioni sul Contratto e
offre l’accesso alle ampie banche dati nazionali che sono a
disposizione delle Nazioni Unite. Il sito illustra le "pratiche di
successo" sviluppate dalle imprese nel settore dei diritti umani,
degli standard lavorativi e nella protezione dell’ambiente, e promuove
il dialogo su programmi di collaborazione e di sostegno. L’indirizzo
di questo sito Internet è il seguente: http//:unglobalcompact.org.
Il
Contratto Globale viene attivamente sostenuto da:
·
Associazioni
imprenditoriali globali: la Camera di Commercio Internazionale,
l’Organizzazione Internazionale dei datori di lavoro, il Consiglio
Mondiale Imprenditoriale per lo Sviluppo Sostenibile, il Forum dei
Leader Imprenditoriali del Principe di Galles, e dagli Imprenditori
per la Responsabilità Sociale.
- Altre associazioni
globali che si sono unite, o stanno valutando la possibilità di
farlo, comprendono: l’Associazione Internazionale delle Industrie
dei fertilizzanti, la Federazione Internazionale di Consulenza
Ingegneristica, la Federazione Mondiale delle Industrie che
Producono Merci per le Attività Sportive, l’Istituto Internazionale
del Ferro e dell’Acciaio, l’Associazione Internazionale
dell’Industria Petrolifera per la Conservazione dell’Ambiente e il
Consiglio Internazionale delle Associazioni Chimiche.
- La Confederazione
Internazionale dei Sindacati per il Libero Commercio.
- Organizzazioni non
governative interessate alle questioni che hanno a che fare con
l’ambiente, i diritti umani e lo sviluppo.
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178.
Le ripetute rimodulazioni del debito bilaterale di queste nazioni
non hanno significativamente ridotto il loro indebitamento complessivo.
Nel 1996, di conseguenza, la comunità internazionale dei paesi donatori ha
proposto un’iniziativa per ridurre il debito di questi paesi a livelli
sostenibili — la cosiddetta iniziativa HIPC. Nei tre anni trascorsi
dall’adozione della proposta, tuttavia, solo quattro nazioni hanno
pienamente adempiuto a quanto concordato. Altre nove stanno procedendo
verso il traguardo, mentre altre cinque sono impegnate nelle discussioni
preliminari. Ma i progressi sono stati lenti.
- Il proposto ampliamento del
programma HIPC — concordato in occasione del Vertice di Colonia del G-8
nel Giugno del 1999 e appoggiato nel settembre dello stesso anno dalle
istituzioni finanziarie internazionali — prevede un condono del debito
maggiore, più rapido e più vasto. Ma il progetto deve ancora essere
messo in pratica. Rimangono infatti ancora diversi ostacoli. Ad esempio,
non esiste alcun meccanismo per gestire la ristrutturazione su larga
scala del debito vantato dai creditori stranieri nei confronti dei
numerose debitori privati nel settore bancario e imprenditoriale dei
paesi in via di sviluppo.
- Mi appello alle nazioni
donatrici e alle istituzioni finanziarie internazionali affinché
valutino la possibilità di cancellare dai propri libri contabili tutti i
debiti ufficiali vantati nei confronti dei paesi poveri altamente
indebitati purché questi offrano in cambio un impegno dimostrabile per
la diminuzione della povertà.
- Nella progettazione di questi
programmi nazionali per la riduzione della povertà, si auspica che i
governi attuino una serie di strette consultazioni con la società
civile.
- Vorrei fare un passo in
avanti e proporre che, in futuro, noi valutiamo un approccio
completamente nuovo nella gestione del problema del debito. Fra le
principali componenti di un simile approccio potrebbero rientrare
l’immediata cancellazione dei debiti vantati nei confronti di nazioni
che siano state colpite da gravi conflitti o disastri naturali; un
allargamento del numero dei paesi che rientrano nel programma HIPC
consentendo loro di qualificarsi sulla base della semplice povertà;
stabilizzare la restituzione del debito legandola a una percentuale
massima dei ricavi degli scambi con l’estero; e istituire un processo di
arbitrato per il debito per equilibrare i sovrani interessi dei
creditori e dei debitori e introdurre una maggiore disciplina nelle loro
relazioni.
- Lasciateci, soprattutto
essere chiari sul fatto che, in mancanza di un convincente programma sul
condono del debito per iniziare il nuovo millennio , il nostro obiettivo
di dimezzare la povertà mondiale entro il 2015 rimarrà soltanto
un’illusione.
Assistenza
Ufficiale allo Sviluppo
- L’assistenza allo sviluppo —
il terzo pilastro nel supporto prestato dalla comunità internazionale —
ha registrato un costante declino per numerosi decenni. Ci sono alcuni
segnali che questo declino ha attualmente cominciato a fermarsi, per
ristabilizzarsi su livelli più normali ma, nonostante i recenti aumenti
nelle contribuzioni di cinque nazioni, non è ancora visibile una
tendenza generalizzata alla crescita (vedere figura 5). Mentre è vero
che il flusso degli investimenti privati è cresciuto in maniera
significativa, numerosi paesi poveri non sono ancora pienamente
attrezzati per poter attirare questo genere di investimenti.
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Figure 5
Financial flows to developing countries
(Billions of United States dollars—constant 1995 dollars)
Source:
World Bank, Global Development Finance 1998. |
185.
Il flusso degli aiuti supplementari dovrebbe essere impiegato per
sostenere il genere di priorità che ho descritto: programmi che
favoriscano la crescita e aiutino i poveri. Gli aiuti dovrebbero inoltre
promuovere le opportunità di investimento nazionali ed estere. Per
esempio, potrebbe forse essere impiegato per controbilanciare parte del
premio sul capitale di rischio degli investimenti privati nei paesi
poveri. Il settore privato può inoltre essere di aiuto nel fornire
l’assistenza per il periodo precedente all’investimento — come nel caso
della collaborazione fra l’UNCTAD e la Camera di Commercio Internazionale
per produrre delle guide agli investimenti nei paesi meno sviluppati
(vedere il Box numero. 5)
- Se vogliamo che i programmi
di assistenza esterna producano i migliori risultati, il peso degli
adempimenti amministrativi sulle nazioni che essi dovrebbero aiutare
dev’essere diminuito in maniera significativa, e quelle nazioni debbono
giocare pienamente la propria parte nella loro progettazione. La
Struttura di Assistenza allo Sviluppo delle Nazioni Unite rappresenta un
utile passo — e sotto tutti gli aspetti, è anche un passo di successo —
in tale direzione (vedere il box numero 6) — così come lo sono i
cambiamenti introdotti di recente da altre agenzie, compresa la Banca
Mondiale. Ma i programmi bilaterali hanno ancora bisogno di essere
coordinati molto meglio.
- Come risultato della
globalizzazione, l’impegno mondiale verso i poveri sta lentamente
cominciando ad essere visto non soltanto come un imperativo morale ma
anche come un interesse comune. Ciascuna nazione deve ancora assumersi
la responsabilità primaria per i propri programmi di crescita economica
e di riduzione della povertà. Ma sbarazzare il pianeta dal flagello
della povertà estrema costituisce una sfida per ciascuno di noi. Ed è
una sfida che non possiamo permetterci di perdere.
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Box numero 5
Attrarre gli investimenti nei paesi più poveri: un’iniziativa
congiunta delle Nazioni Unite e del settore privato
Gli
investimenti stranieri diretti (foreign direct investments — FDI)
contribuiscono enormemente alla crescita economica dei paesi in via di
sviluppo. Gran parte di questi investimenti vanno al mondo
industrializzato, ma una percentuale crescente, circa un quarto del
totale, sta attualmente dirigendosi verso i paesi in via di sviluppo.
Negli ultimi 10 anni questo flusso di capitali privati è diventato una
fonte finanziamento per lo sviluppo più importante dell’assistenza
ufficiale allo sviluppo per molte fra le nazioni in via di sviluppo.
Ma i FDI
non affluiscono in maniera uniforme verso ogni parte del mondo in via
di sviluppo. L’Asia, ad esempio, riceve investimenti stranieri che
sono di almeno 20 volte superiori rispetto a quelli destinati
all’Africa sub-sahariana, dove invece il bisogno è molto maggiore.
Per quale
ragione sono proprio le nazioni più povere e più bisognose a ricevere
i livelli minori dei capitali privati investiti? Le ragioni sono
complesse. Mercati dei capitali e del lavoro inefficienti, governi
deboli ed elevati costi di trasporto sono parte del problema. Ma anche
quando i paesi in via di sviluppo intraprendono le riforme necessarie
ad affrontare questi problemi, ebbene anche in quel caso esse
continuano a non ricevere i FDI di cui hanno un disperato bisogno.
Sovente,
la sfida fondamentale consiste nell’informare gli investitori
potenziali che le riforme necessarie sono state fatte, e che esistono
delle concrete opportunità per gli investimenti. E l’iniziativa
congiunta intrapresa dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul
Commercio e lo Sviluppo (United Nations Conferenceon Trade and
Development — UNCTAD) e dalla Camera di Commercio Internazionale
(International Chamber of Commerce — ICC) si propongono di fare
esattamente questo.
Questa
iniziativa prevede la pubblicazione di una serie di guide agli
investimenti che descriveranno le opportunità di investimento e le
condizioni nei paesi meno sviluppati e promuoveranno il dialogo fra i
governi e i potenziali investitori. Un obiettivo fondamentale consiste
nel contribuire a rafforzare la capacità delle nazioni povere di
attrarre investimenti.
Ventotto
aziende — nomi che sono familiari in molte parti del pianeta — stanno
sostenendo questa collaborazione e contribuendo al progetto congiunto
UNCTAD-ICC, come pure stanno facendo Cina, Finlandia, Francia, India e
Norvegia.
Il
progetto UNCTAD-ICC è uno dei numerosi progetti di cooperazione fra
pubblico e privato che vengono attualmente perseguiti dalle Nazioni
Unite. Con il flusso degli aiuti che nel corso degli anni ’90 è
diminuito questo genere di collaborazione sta diventando un mezzo
sempre più importante per assistere il processo di sviluppo nella
nazioni più povere.
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Box numero 6
Cooperare per lo sviluppo: la Struttura delle Nazioni Unite per
l’Assistenza allo Sviluppo
Negli
ultimi decenni la cooperazione allo sviluppo si è modificata in
maniera drammatica, con un accento molto maggiore posto sulla
questione dei diritti umani, sullo sviluppo umano e sulle
preoccupazioni a carattere ambientale. Le richieste per ottenere
assistenza sono aumentate; le risorse per soddisfare tale domanda sono
diminuite.
Alle
Nazioni Unite è stato sempre più di frequente richiesto di fare di più
con meno risorse. Questo, ha a propria volta richiesto una maggiore
cooperazione fra le nostre agenzie e una maggiore collaborazione con
gli attori della società civile e il settore privato. Dal momento che
il numero delle agenzie per lo sviluppo e delle organizzazioni non
governative che agiscono sul campo è aumentato, la necessità di avere
un migliore coordinamento è cresciuta proporzionalmente.
Per una
sviluppare maggiore collaborazione, coerenza e impatto al lavoro
dell’Organizzazione a livello nazionale, nel 1997 è stata creata la
Struttura delle Nazioni Unite per l’Assistenza allo Sviluppo (United
Nations Development Assistance Framework — UNDAF) come parte del
pacchetto di riforma presentato dal Segretario Generale. L’UNDAF è una
struttura comune con una visione comune e si basa su una visione
nazionale comune.
L’UNDAF
cerca di migliorare il coordinamento e di evitare una duplicazione
degli sforzi fra le agenzie delle Nazioni Unite, i governi nazionali e
altri partner nel sostenere le priorità nazionali. E’ stata
attualmente realizzata in 74 nazioni in tutto il mondo, in ognuna
sotto la guida del Coordinatore Residente delle Nazioni Unite. Fa
parte di una più ampia tendenza del sistema delle Nazioni Unite
trattare questioni quali lo sviluppo in un’ottica di più vasta
portata.
L’UNDAF
rappresenta inoltre un cambiamento nella pianificazione e
nell’attuazione dei programmi di sviluppo che vengono decentralizzati,
passando dalle sedi delle organizzazioni coinvolte al livello
nazionale. In India, ad esempio, l’UNDAF ha agevolato la
collaborazione tra le Nazioni Unite e il Governo nell’affrontare le
sfide gemelle del sesso e del decentramento. In Romania, l’UNDAF ha
contribuito all’elaborazione della prima Strategia Nazionale sulla
Povertà, che a propria volta ha messo il Governo in grado di
raccogliere risorse ulteriori da altri donatori.
Pur nella
sua breve esistenza, i risultati ottenuti dall’UNDAF dimostrano
chiaramente che le agenzie, operando cooperativamente, ottengono molto
di più rispetto a quanto agiscono da sole.
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