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Nazioni Unite

FONTE www.onuitalia.it


Noi i Popoli: il ruolo delle Nazioni Unite nel ventunesimo secolo

Rapporto del Segretario Generale

(Alla assemblea di fine millennio. - n.d.r .credo sia un estratto - )

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III: Libertà dalla povertà

65.  Nell’ultimo mezzo secolo, il mondo ha registrato dei progressi economici senza precedenti. Nazioni che solo una generazione orsono lottavano contro il sottosviluppo sono attualmente dei centri vibranti dell’attività economica globale e di benessere nazionale. In soli venti anni 15 nazioni, le cui popolazioni messe assieme superano gli 1,6 miliardi di persone, hanno dimezzato la percentuale dei propri cittadini che vivono in condizioni di povertà estrema. L’Asia, in particolare, ha compiuto una sbalorditiva ripresa dalla crisi finanziaria che l’ha colpita nel biennio 1997-1998, dimostrando la persistente potenza delle sue economie — anche se i poveri dell’Asia non hanno ancora riguadagnato il terreno perduto.

  1. I punti più importanti fra le storie di successo nello sviluppo umano che si sono registrate a partire dagli anni ’60 nei paesi in via di sviluppo sono l’incremento nell’aspettativa di vita, da 46 a 64 anni; il dimezzarsi del tasso di mortalità infantile; un aumento superiore all’80 per cento nella percentuale dei bambini iscritti al corso di studi elementare; e il raddoppio degli accessi all’acqua potabile e dei sistemi fognari.
  2. Mentre gran parte di noi godono di livelli di vita migliori di quelli registrati nel passato, numerosi altri rimangono disperatamente poveri. Pressappoco metà della popolazione mondiale, per vivere, deve ancora fare affidamento su meno di 2 dollari al giorno. All’incirca 1,2 miliardi di persone — di cui 500 milioni nell’Asia meridionale e 300 milioni in Africa — possono contare su meno di 1 dollaro al giorno (vedere figura 1; per altri dati sulla povertà vedere figura 2) Le persone che vivono in Africa a sud del Sahara sono oggi altrettanto poveri rispetto a 20 anni fa. A questo genere di privazioni si accompagnano malanni, impotenza, disperazione e mancanza delle libertà fondamentali — tutti fattori che, a propria volta, perpetuano questa condizione di indigenza. Su una forza lavoro mondiale complessivamente composta di circa 3 miliardi di persone, 140 milioni di lavoratori sono completamente al di fuori del mondo del lavoro, mentre da un quarto a un terzo di essi risultano disoccupati.

Figure 1
Population living on less than $1 per day, 1990—1998
(Millions)

Note: Data for 1998 are estimated.
Source:
World Bank, World Development Indicators 1999.

 

Figure 2
Measures of Poverty
(Millions)

Source: United Nations Development Programme, Human Development Report 1977.

  1. La persistenza delle disuguaglianze di reddito nel corso dello scorso decennio rappresenta un altro motivo di preoccupazione. Globalmente, il miliardo di persone che vive nelle nazioni industrializzate guadagna il 60 per cento del reddito mondiale, mentre i 3,5 miliardi di persone che vivono nei paesi a basso reddito ne percepiscono meno del 20 per cento. Numerose nazioni, peraltro, hanno sperimentato crescenti disuguaglianze interne, tra cui alcune di quelle in transizione dal comunismo verso il libero mercato. Nel mondo in via di sviluppo, divari nel reddito sono maggiormente presenti in America Latina, seguita da vicino dall’Africa sub-sahariana.
  2. La povertà estrema rappresenta un affronto per la nostra comune umanità. Essa aggrava inoltre molti altri problemi. Ad esempio, i paesi poveri — specialmente quelli con significative disuguaglianze tra comunità etniche e religiose — hanno molte più probabilità di essere coinvolti in conflitti rispetto a quelli ricchi. Gran parte di questi conflitti si svolgono all’interno dei paesi, ma creano invariabilmente dei problemi agli stati confinanti o creano la necessità di ottenere assistenza umanitaria.
  3. Inoltre, le nazioni povere sovente mancano della capacità e delle risorse necessarie a sviluppare delle valide politiche ambientali. Questo fatto mina la sostenibilità delle magre esistenze delle loro popolazioni, e aumenta gli effetti della loro povertà.
  4. A meno che non raddoppiamo e concertiamo i nostri sforzi, la povertà e la disuguaglianza potrebbero persino peggiorare. La popolazione mondiale ha di recente raggiunto quota 6 miliardi di persone. Sono bastati solo 12 anni, l’intervallo temporale più breve nella storia dell’umanità, perché un altro miliardo di persone si aggiungesse agli abitanti della Terra. Entro il 2025 possiamo aspettarci che la popolazione del pianeta cresca di altri 2 miliardi di unità — che saranno praticamente tutte concentrate nei paesi in via di sviluppo, e la maggior parte di esse in quelli più poveri (vedere figura 3). Per questo è necessario agire ora.

Figure 3
World population projections, 1950-2050
(Billions)

Source: United Nations Department of Economic and Social Affairs, Critical Trends: Global Change and Sustainable Development, 1977.

  1. Invito quindi la comunità internazionale al suo livello più alto — i Capi di Stato e di Governo riunitisi in occasione del Vertice del Millennio — a fare proprio l’obiettivo di dimezzare la percentuale di persone che vivono in uno stato di povertà estrema, e in tal modo di liberare da questa condizione oltre 1 miliardo di persone entro il 2015. Vi invito inoltre a far sì che nessuno sforzo sia risparmiato per raggiungere, entro la data stabilita, questo obiettivo in ogni regione, e in ogni nazione.
  2. La storia giudicherà i leader politici dei paesi in via di sviluppo in base a quanto essi faranno per liberare la propria gente dalla povertà estrema — sia che essi mettano il proprio popolo in condizione di salire sul treno in trasformazione dell’economia globale, e facciano in modo che ognuno abbia quantomeno un posto in piedi, se non una comoda poltrona di prima classe. Al tempo stesso, la storia giudicherà il resto di noi in base a quanto faremo per aiutare i poveri del mondo a salire in buon ordine su quel treno.
  3. Esiste un crescente consenso su cosa debba essere fatto da aperte nostra per raggiungere questo sommo obiettivo — ed esso può essere raggiunto. Desidero quindi attirare la vostra attenzione su alcune aree specifiche che sono di particolare attenzione per il Vertice.

A. Raggiungere una crescita sostenibile

  1. La nostra sola speranza per ridurre in maniera significativa la povertà consiste nel raggiungere una crescita del reddito sostenibile e ampiamente diffusa. A tale proposito l’Asia meridionale, e ancor di più l’Africa sub-sahariana, debbono fare dei significativi passi in avanti.
  2. Gli ultimi dati sulla povertà illustrano la portata di questa sfida. Essi mostrano un decremento nel numero complessivo di persone che vivono con meno di 1 dollaro al giorno. Uno sguardo più attento rivela però che questo fenomeno è dovuto pressocché interamente ai progressi riscontrati nell’Asia orientale, specialmente in Cina, dove il tasso di diminuzione della povertà è strettamente legato a dei forti tassi di crescita. A tale proposito, studi recenti mostrano una correlazione praticamente perfetta fra crescita e riduzione della povertà nei paesi poveri — una crescita dell’1 per cento nel PNL, infatti, porta a un corrispondente incremento nei redditi del 20 per cento più povero della popolazione. Soltanto nelle società dove le disuguaglianze sono più grandi i poveri non riescono a trarre beneficio dalla crescita economica.
  3. Così, quali sono alcuni degli elementi fondamentali per il successo?
  4. Il primo consiste nell’ampliare l’accesso alle opportunità offerte dalla globalizzazione. Le nazioni che hanno raggiunto una crescita più elevata sono quelle che si sono integrate con successo nell’economia globale e hanno attratto investimenti dall’estero. Negli ultimi 25 anni, infatti, l’Asia è cresciuta ad un tasso annuale del 7 per cento e l’America Latina con tassi del 5 per cento. I paesi che sono stati lasciati abbondantemente al di fuori della globalizzazione sono risultati i peggiori. Fra queste debbono essere incluse parti importanti dell’Africa sub-sahariana.
  5. Alcune persone temono che la globalizzazione acuisca le disuguaglianze. La relazione fra questi due fattori è, invero, complessa. Con l’eccezione delle economie in transizione, i recenti incrementi nelle disparità di reddito sono il risultato di cambiamenti tecnologici che hanno favorito i lavoratori con capacità superiori rispetto a quelli meno dotati. Come crescono i benefici economici dell’istruzione e delle abilità, così crescono le disparità fra le persone che sono istruite e quelle che non lo sono. Questo fatto è vero sia all’interno delle nazioni che fra gli stati. La globalizzazione potrebbe esacerbare queste differenze, ma non ne è la causa. Una accresciuta competizione globale potrebbe anche frenare l’incremento dei redditi in nazioni dove i salari sono relativamente elevati, sebbene ad oggi questo effetto si sia verificato principalmente nei paesi industrializzati.
  6. Un’altra importante fonte di disuguaglianza di reddito all’interno degli stati è rappresentata dalla discriminazione sessuale nei salari, nei diritti di proprietà e nell’accesso all’istruzione. In questi casi la globalizzazione, nel suo complesso, potrebbe esercitare degli effetti positivi.
  7. Nei paesi in via di sviluppo la forza lavoro impegnata nelle produzioni globali comprende di norma un’ampia percentuale di donne — sia nel settore tessile, che in quello elettronico, dell’elaborazione dati o nella fabbricazione di chip. In numerosi casi, queste donne lavorano in condizioni e per salari che sono spaventosi, e che dobbiamo sforzarci di migliorare. Ma il semplice fatto che esse lavorino produce già degli importanti benefici.
  8. Queste nuove opportunità di lavoro mettono le donne in condizione di allargare la gamma delle scelte importanti che si trovano di fronte: esse possono ad esempio ritardare la data del matrimonio, un fatto in conseguenza del quale il tasso di fertilità spesso diminuisce. Esse e i loro bambini ottengono sovente accesso a una maggiore e migliore alimentazione, assistenza sanitaria e istruzione. Nel momento in cui il tasso di sopravvivenza dei loro bambini aumenta, inoltre, il tasso di fertilità diminuisce ulteriormente. La crescita nel tasso di occupazione femminile e nei guadagni delle donne può inoltre condurre a un cambiamento nel "valore percepito" di una bambina, il che significa che i genitori e la società nel suo complesso potrebbero desiderare di offrire alle bambine un maggiore accesso all’istruzione, ai servizi sanitari e all’alimentazione.
  9. E’ ormai largamente riconosciuto il fatto che il successo economico dipende in misura considerevole dalla qualità del governo che un paese sperimenta. La pratica del buon governo comprende le norme legislative, istituzioni statali efficienti, trasparenza e responsabilità nella gestione degli affari pubblici, rispetto dei diritti umani e partecipazione di tutti i cittadini alle decisioni che interessano le loro vite. Mentre si può anche discutere in merito alle forme più appropriate che questi principi potrebbero assumere, la loro importanza non può assolutamente essere contestata.
  10. Una spesa pubblica e un sistema fiscale equo e trasparente rappresentano degli altri elementi di fondamentale importanza. Le entrate debbono infatti essere impiegate intelligentemente per aiutare i poveri e per realizzare dei validi investimenti per infrastrutture fisiche e sociali che vadano a beneficio di tutti. Regole eccessive, al contrario, impediscono il conseguimento di risultati positivi e rallentano la crescita economica.
  11. Certe pratiche, chiaramente, non possono essere considerate buon governo, comunque le si voglia giudicare. Se i dittatori militari in una nazione ricca di risorse che si trova in un’area povera del pianeta travasano 27 miliardi di dollari dal bilancio pubblico nei propri conti personali, il risultato economico e i poveri avranno verosimilmente a soffrirne. Le persone responsabili di simili abusi, e le banche internazionali che trasferiscono i loro fondi al sicuro, nei paradisi finanziari, dovranno esserne ritenute responsabili.
  12. Altre forme di corruzione istituzionale sono estreme ma possono, ciononostante, distorcere seriamente gli incentivi economici, limitare la crescita e tradursi in bassi livelli di aiuti per i poveri.
  13. Nulla può essere più contrario alla crescita e agli obiettivi anti-povertà dei conflitti armati. Ci deve addolorare oltre ogni limite il vedere che una guerra tra due delle nazioni più povere dell’Africa si sia prolungata fino ad entrare nel suo terzo anno, dopo aver già riscosso un tributo stimato in circa 55.000 vite umane, e con 8 milioni di persone in uno dei paesi che sono minacciate dalla carestia. Le guerre civili in altre parti dell’Africa sono durate anche più a lungo, e hanno distrutto le esistenze e i mezzi di sussistenza di molti altri milioni di africani.
  14. Una crescita sostenibile e largamente diffusa richiede inoltre investimenti nell’istruzione e nel settore sanitario, come pure altre politiche sociali. Le conferenze organizzate dalle Nazioni Unite negli anni ’90 hanno articolato nei minimi dettagli ciò che queste significano; io mi limito a raccomandare l’adozione sia di un’iniziativa nel settore sanitario che una in quello dell’educazione.
  15. Persone più istruite e più sane sono in grado di fare delle scelte più consapevoli e conducono delle esistenze più piene, la qual cosa li rende anche più produttive e fa sì che le loro economie siano più competitive. Similmente, tutte le esperienze dimostrano che estendere le pari opportunità a donne e bambine ha un effetto moltiplicatore per intere famiglie e persino per le comunità cui esse appartengono. A integrazione dei programmi sociali indiscriminati, pasti scolastici e altre iniziative mirate per i poveri esercitano un effetto al tempo stesso economico e sociale.
  16. Da ultimo, sono necessari livelli e tipi di sostegno adeguati per la comunità globale — pubblica e privata — se si intende raggiungere gli obiettivi di sviluppo stabiliti. Mi occuperò in un’altra parte del mio rapporto di questa dimensione della sfida.
  17. In breve, l’esperienza conferma alcune verità fondamentali: la crescita rappresenta una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per diminuire la povertà e le disuguaglianze di reddito. La strada più sicura per la crescita sta nell’impegnarsi con successo nell’economia globale. Ma questa dev’essere combinata con politiche sociali efficaci: progressi nell’istruzione per tutti, sanità per tutti ed uguaglianza fra i sessi. Il successo sta in una salda piattaforma di governo. E questa richiede un sostegno esterno.

B. Creare opportunità per i giovani

  1. Attualmente, oltre un miliardo di persone si trovano nella fascia compresa tra i 15 e i 24 anni di età; infatti più o meno il 40 per cento della popolazione mondiale ha meno di 20 anni. Molti fra questi giovani hanno già, o sono prossimi ad avere, dei figli. Gran parte della conseguente esplosione giovanile — pressappoco il 98 per cento — si verificherà nei paesi in via di sviluppo.
  2. La demografia non è un destino, bensì una sfida formidabile — non tanto a causa del puro e semplice numero di persone, quanto piuttosto a causa del contesto di povertà e privazione nel quale esse dovranno vivere a meno che noi non riusciamo ad assumere delle iniziative decisive adesso. Se potessi esprimere un desiderio per il nuovo millennio, questo sarebbe che noi trattassimo questa sfida come un’opportunità per tutti, e non come una lotteria nella quale la maggior parte di noi è destinata a perdere.
  3. I giovani sono una fonte di creatività, di energia e di iniziative, di dinamismo e di rinnovamento sociale. Essi apprendono velocemente e si adattano rapidamente. Offriamogli l’opportunità di andare a scuola e di trovare un lavoro, ed essi contribuiranno enormemente allo sviluppo economico e al progresso sociale.
  4. Nel caso in cui dovessimo mancare di offrire loro tali opportunità, nel migliore dei casi saremmo complici di un imperdonabile spreco di potenziale umano. Nell’eventualità peggiore, invece, avremmo contribuito a tutti i mali dei giovani senza speranza: perdita di morale, ed esistenze che sono socialmente improduttive e potenzialmente distruttive — per gli individui stessi, per le loro comunità e pesino per le fragili democrazie.

Istruzione

  1. L’istruzione costituisce l’elemento fondamentale della nuova economia globale, a partire dalla scuola elementare fino ad arrivare a un processo di apprendimento continuo che dura per tutta la vita. Si tratta di una questione centrale per lo sviluppo, per il progresso sociale e per la libertà umana.
  2. I livelli educativi nei paesi in via di sviluppo sono cresciuti in maniera consistente nell’ultimo mezzo secolo. Di certo, la rapida diminuzione della povertà nell’Asia orientale ha avuto molto a che fare con gli investimenti a favore dell’istruzione sostenuti dai paesi dell’area. Ciononostante, abbiamo ancora molta strada da percorrere. Mentre la grande maggioranza dei bambini del pianeta sta frequentando la scuola, nei paesi in via di sviluppo più di 130 milioni di ragazzi in età scolare non segue le lezioni — oltre metà di essi vive in India, Bangladesh. Pakistan, Nigeria ed Etiopia.
  3. Inoltre, per consentire alle loro famiglie di sopravvivere, duecentocinquanta milioni di ragazzi al di sotto dei 14 anni, alcuni dei quali studiano, attualmente lavora, spesso in condizioni pericolose o insalubri. Essi lavorano in nero in piccoli laboratori artigianali urbani; nelle fattorie come domestici; vendendo gomme o pulendo le scarpe nelle strade delle città; scendendo nei pericolosi pozzi delle miniere; e - in numeri impressionanti - costretti a fornire o venduti per fornire prestazioni sessuali. Gli stati Membri, pertanto, avendo approvato la convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sulle peggiori forme di lavoro infantile, debbono ora metterla pienamente in pratica.
  4. Assicurare l’istruzione elementare ai 130 milioni di bambini dei paesi in via di sviluppo che attualmente non possono beneficiarne significherebbe spendere circa 7 miliardi di dollari all’anno in costi educativi, per un periodo di 10 anni. Tuttavia è necessario disporre di ben più che dei semplici edifici. Le scuole debbono infatti essere facilmente accessibili, avere degli insegnanti qualificati e offrire servizi quali libri di testo e forniture gratuite per i poveri.
  5. Circa il 60 per cento dei bambini che non frequentano le scuole sono femmine. Nelle aree rurali l’iscrizione scolastica delle bambine rimane bassa in modo impressionante. Non è solo una questione di discriminazione sessuale; si tratta di una pessima politica sociale ed economica. L’esperienza ha infatti dimostrato che gli investimenti effettuati per favorire l’istruzione delle ragazze si sono tradotti direttamente e rapidamente in una migliore alimentazione per l’intera famiglia, in una migliore assistenza sanitaria, in una diminuzione nel tasso di fertilità, in una diminuzione della povertà e, complessivamente, in migliori risultati economici. E’ per questo, leader mondiali, che in occasione delle conferenze organizzate dalle Nazioni Unite nel corso degli anni ’90, avete riconosciuto che la povertà non potrà essere vinta senza una specifica, immediata e sostenuta attenzione alla questione dell’istruzione femminile.
  6. Ciononostante il divario fra il numero di ragazzi e di ragazze che frequentano le scuole rimane significativo in 47 nazioni persino a livello di istruzione elementare. E in alcuni casi gli sforzi per aumentare le iscrizioni complessive lo hanno perfino ampliato.
  7. Le famiglie che vivono in povertà hanno di fronte a sé delle scelte difficili. La scuola è spesso costosa, le bambine sono una fonte tradizionale di lavoro domestico gratuito e i genitori non hanno fiducia circa il fatto che avere una figlia istruita possa arrecare alla famiglia un beneficio pari a quello di avere un figlio istruito. Per superare queste differenze nelle priorità familiari e quelle della società in generale, le famiglie hanno quindi bisogno di ricevere un aiuto da parte delle loro autorità e governi locali, che a loro volta debbono essere sostenute dal mondo intero. Creare delle opportunità di impiego per le donne dovrebbe avere un effetto simile.
  8. L’accesso universale all’istruzione fornita dalla scuola elementare e da quella superiore rappresenta una necessità vitale, e può essere raggiunta solamente colmando il divario educativo fra i sessi. L’UNICEF, con altri partner delle Nazioni Unite, ha sviluppato un’iniziativa che comprende tanto il livello elementare quanto quello superiore. Il suo successo dipenderà tanto dalle strategie e dai piani nazionali, che dal sostegno finanziario internazionale. Chiedo a tutti i governi di lavorare assieme a noi per rendere possibile questo progetto. E propongo che facciamo un ulteriore passo in avanti:
  9. Chiedo al Vertice del Millennio di appoggiare gli obiettivi per superare in maniera dimostrabile il divario tra i sessi nell’istruzione elementare e superiore entro l’anno 2005 e di garantire che, entro il 2015, tutti i bambini completino il corso di studi elementare.

Occupazione

  1. L’istruzione rappresenta il primo passo. Creare opportunità di impiego è il successivo.
  2. Il mondo deve affrontare l’importante sfida della disoccupazione giovanile — ed è possibile che questo problema registri un peggioramento a causa della prossima esplosione giovanile. Secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, 60 milioni di giovani sono, senza successo, alla ricerca di un’occupazione; circa l’80 per cento di essi vive nei paesi in via di sviluppo e nelle economie in transizione verso l’economia di mercato. Quelli che rientrano nella schiera compresa nella fascia di età dai 15 ai 24 anni, hanno più o meno il doppio delle possibilità di rimanere disoccupati anche da adulti; e in alcuni paesi in via di sviluppo questo rapporto è ancora più alto. Rispetto ai lavoratori più vecchi, i giovani hanno anche maggiori possibilità di essere gli ultimi ad essere assunti e i primi ad essere licenziati; inoltre essi hanno meno probabilità di essere difesi dalla normativa sul lavoro.
  3. La disoccupazione può avere effetti devastanti fra i giovani, e i governi hanno tentato, in un gran numero di modi, di affrontare la questione. Ma le politiche studiate per i giovani, compresa la scelta di favorirne le assunzioni, si sono dimostrate largamente insufficienti per la semplice ragione che esse sono economicamente insostenibili.
  4. Il problema consiste in una domanda aggregata inadeguata. Le economie a bassa crescita non possono creare sufficienti opportunità di impiego per assumere i propri giovani. Questo fallimento, a propria volta, deprime ulteriormente la crescita e perpetua la povertà. Nessuna ha ancora scoperto una qualunque facile od ovvia soluzione a questo circolo vizioso che si autoperpetua.
  5. Assieme ai capi della Banca Mondiale e dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sto creando una rete politica di alto livello sul problema dell’occupazione giovanile — facendo affidamento sui leader più creativi dell’industria privata, della società civile e della politica economica per esplorare degli approcci innovativi per questo difficile compito.
  6. Chiederò a questa rete politica di proporre una serie di raccomandazioni che possano essere trasmesse ai leader mondiali entro il termine di un anno. Le possibili soluzioni al problema comprenderanno Internet e il settore informale, specialmente il contributo che le piccole imprese possono offrire per creare occupazione.

C. Promuovere la salute e combattere l’HIV/AIDS

  1. Negli ultimi decenni le innovazioni nella medicina, il progresso nell’assistenza sanitaria di base e l’attuazione di politiche sociali hanno portato a degli incrementi impressionanti nell’aspettativa di vita e a una decisa diminuzione nel tasso di mortalità infantile. Una migliore salute, a propria volta, stimola la crescita economica mentre riduce la povertà e le disuguaglianze di reddito. Infatti, dagli investimenti nell’assistenza sanitaria traggono un deciso beneficio i poveri, che per la loro sopravvivenza dipendono in maniera consistente dallo svolgimento del proprio lavoro.
  2. Non tutte le regioni hanno raggiunto il medesimo livello di progresso. L’Asia orientale ha avuto i risultati migliori, l’Africa sub-sahariana quelli peggiori. La mancanza di accesso all’assistenza sanitaria di base è una delle principali ragioni per cui le persone povere rimangono tali. In numerose nazioni a basso reddito, ad esempio, la spesa sanitaria è sovente inferiore a 10 dollari pro capite all’anno. In Africa, il pesante fardello della malattia non richiede solo che le famiglie debbano rinunziare a parte delle loro già scarse risorse, ma li chiude inoltre nella trappola della povertà di alta fertilità ed elevata mortalità.
  3. In alcune delle economie in transizione, si è verificata una repentina caduta nell’aspettativa di vita, che riflette la diminuzione della spesa pubblica nel settore dell’assistenza sanitaria e una più generale erosione nel livello dei servizi sociali prestati alla popolazione.
  4. Nonostante per la ricerca sanitaria vengano spesi complessivamente più di 56 miliardi di dollari all’anno, meno del 10 per cento di questa cifra viene indirizzata ai problemi di salute che interessano il 90 per cento della popolazione mondiale. Polmonite, diarrea, tubercolosi e malaria — tutte malattie di grande interesse per i paesi in via di sviluppo — ricevono infatti meno dell’1 per cento dei bilanci complessivi per la ricerca sanitaria.
  5. I risultati sono disastrosi. Ogni giorno, la sola malaria si prende due vite al minuto — principalmente bambini al di sotto dei 5 anni di età e donne incinte. La campagna Eliminiamo la Malaria, condotta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, merita quindi il nostro pieno sostegno dal momento che mira a controllare e prevenire questa malattia mortale.
  6. Più in generale, un accesso più agevole ai medicinali fondamentali, a vaccini e ad altri interventi semplici e con un buon rapporto costo-efficacia quali zanzariere trattate con insetticidi, potrebbero ridurre drasticamente gli levati tassi di mortalità e di inabilità tra la povera gente del mondo intero.
  7. E’ al di là degli scopi di questo rapporto esaminare dettagliatamente tutte queste sfide. Desidero quindi concentrarmi su una crisi specifica che minaccia di invertire i risultati conseguiti nel corso di una intera generazione di sviluppo umano, e che si sta rapidamente rivelando una crisi sociale su scala globale: la diffusione dell’HIV/AIDS.
  8. A partire dall’inizio degli anni ’70 circa 50 milioni di persone sono state contagiate dall’HIV: 16 milioni sono morte. Nel solo 1999 5,6 milioni di persone hanno contratto il virus dell’HIV, e la metà di esse ha meno di 25 anni. Si tratta di una malattia che attacca prevalentemente i giovani, e i cui effetti peggiori sono concentrati nei paesi poveri e che potrebbe potenzialmente allargarsi a macchia d’olio.
  9. Dei circa 36 milioni di persone che attualmente in tutto il mondo sono affetti dall’HIV/AIDS, oltre 23 milioni vivono nell’Africa sub-sahariana. In Costa d’Avorio, ogni giorno di scuola muore un insegnante. Il bambino medio che vede oggi la luce in Botswana ha un’aspettativa di vita di 41 anni, mentre se non ci fosse l’AIDS potrebbe sperare di arrivare a viverne 70. Nelle città più colpite dell’Africa meridionale, il 40 per cento delle donne incinte sono HIV positive.
  10. In quella stessa regione, più di un bambino su 10 ha già perso la mamma a causa dell’AIDS. E’ stato stimato che entro il 2010 nell’Africa sub-sahariana vi saranno 40 milioni di orfani, in gran parte a causa dell’HIV/AIDS: Quei bambini hanno meno probabilità di frequentare la scuola o di essere vaccinati rispetto ai loro coetanei, e vi sono molte più probabilità che soffrano a causa di una grave malnutrizione. Tragicamente non è più insolito vedere orfani con meno di 15 anni che gestiscono una famiglia.
  11. Le previsioni effettuate dal governo dello Zimbabwe indicano che entro il 2005 l’HIV/AIDS prosciugherà il 60 per cento degli stanziamenti nazionali per la sanità, e che nonostante ciò non si otterranno risultati positivi. L’AIDS sta decimando i ranghi delle persone esperte ed istruite proprio mentre queste sono nel fiore degli anni, la qual cosa è destinata ad avere tragiche implicazioni per tutte le nazioni colpite e per l’intera regione.
  12. E l’epidemia si sta diffondendo ben al di là dell’Africa. In Asia, le nuove infezioni causate dall’HIV sono cresciute del 70 per cento tra il 1996 e il 1998. Si stima che attualmente in India vivano più persone che hanno contratto l’HIV che in ogni altro paese del mondo. In breve, la crisi è diventata globale.
  13. Capitalizzando sull’accordo raggiunto dall’Assemblea Generale in occasione della sua sessione speciale su popolazione e sviluppo, tenuta nel 1999, propongo una strategia per contenere e diminuire la diffusione dell’HIV/AIDS, concentrata su giovani uomini e donne di età compresa fra i 15 e i 24 anni, e di fornire un’assistenza migliore a quanti sono già ammalati.
  14. L’attivo sostegno dei governi è fondamentale. Programmi di prevenzione su larga scala hanno registrato alcuni successi in numerose nazioni in via di sviluppo, tra cui il Senegal, la Thailandia e l’Uganda. Simili sforzi, tuttavia, sono rari, e normalmente dispongono di finanziamenti insufficienti. In troppe nazioni quella che potremmo chiamare una cospirazione ufficiale del silenzio ha impedito alla gente di ottenere quelle informazioni che avrebbero potuto salvare le loro vite. Dobbiamo quindi mettere i giovani in condizione di proteggersi mediante informazioni e un ambiente sociale favorevole che diminuisca la loro vulnerabilità nei confronti dell’infezione.
  15. Come passo successivo, dovrà essere procurato un facile accesso ai servizi essenziali e alla tecnologia preventiva, compresi profilattici per uomini e donne. A proposito di prevenzione, prevenire la trasmissione da madre a figlio è particolarmente importante. Questo fatto potrebbe infatti evitare mezzo milione di nuove infezioni infantili ogni anno. Abbiamo la prova che un medicinale chiamato Nevapirine agisce efficacemente su madre e figlio a un costo relativamente basso. Una somministrazione singola da 4 dollari — unitamente al costo dei test e della consulenza volontaria — potrebbe risultare altrettanto efficace di regimi di cura più complicati e dai costi molto maggiori. Se così fosse, questo rimedio dovrebbe essere reso universalmente disponibile.
  16. I leader mondiali debbono agire per proteggere i giovani e i bambini dei loro paesi da premature malattie e morte evitabili dovute all’HIV. L’UNAIDS lavorerà con i governi e con altri partner per sviluppare e mettere in atto dei piani d’azione nazionali. Per questo, intendo chiedere che ogni nazione gravemente colpita da questa epidemia sviluppi un piano d’azione nazionale entro un anno dal Vertice. Inoltre:
  17. Raccomando che il Vertice del Millennio adotti come obiettivo esplicito una diminuzione del 25 per cento entro il 2005 dei tassi di infezione da HIV fra le persone appartenenti alla fascia di età 15 — 24 anni che vivono nei paesi maggiormente colpiti da questa epidemia per arrivare a una riduzione su scala globale che dovrà essere del 25 per cento entro il 2010.
  18. A questo fine, raccomando inoltre che i governi stabiliscano degli obiettivi di prevenzione espliciti: entro il 2005 almeno il 90 per cento e per il 2010 almeno il 95 per cento di giovani uomini e donne dovranno avere accesso alle informazioni, ai servizi educativi e ai servizi di cui hanno bisogno per proteggersi nei confronti dell’infezione da HIV.
  19. Infine, il mondo ha un disperato bisogno di un vaccino contro l’HIV che sia efficace. Dei 2 miliardi di dollari spesi a tutt’oggi per la cura dell’AIDS, solo 250 milioni sono stati impiegati per sviluppare dei vaccini, pochi dei quali sono potenzialmente utili per le nazioni povere, dove si verifica circa il 95 per cento delle infezioni da HIV.
  20. Per questo motivo, io sfido le nazioni industrializzate a lavorare con le loro industrie farmaceutiche e altri partner per sviluppare un vaccino contro l’HIV che sia efficace ed economico.
  21. Le sfide scientifiche e le necessità finanziarie sono tali da mettere paura, ma io ritengo che una collaborazione innovativa fra settore il pubblico e quello privato, sostenuta da sistemi di incentivazione pubblici, possa stimolare quell’incremento degli investimenti che è così disperatamente necessario. L’Alleanza Globale per i Vaccini e le Vaccinazioni serve come modello dei risultati che una simile collaborazione potrebbe raggiungere. (vedere Box numero 2).
  22. Da ultimo, dobbiamo anche garantire che vengano migliorati i sistemi di cura e di supporto per i 36 milioni di persone che sono ammalate a causa dell’HIV/AIDS. Persino delle cure relativamente poco costose e un’assistenza migliore possono essere d’aiuto nella lotta contro i sintomi dell’AIDS, e possono rendere possibile alle persone affette da questo male di vivere delle esistenze più lunghe, più produttive e più dignitose. Inoltre i governi, l’industria farmaceutica e le istituzioni internazionali lavorando assieme debbono rendere i farmaci contro l’HIV maggiormente accessibili ai paesi in via di sviluppo.
Box numero 2

Alleanza Globale per i Vaccini e le Vaccinazioni

All’inizio del nuovo millennio un quarto dei bambini del pianeta, la maggior parte dei quali vive nei paesi poveri, rimane senza alcuna copertura nei confronti delle sei principali malattie: poliomielite, difterite, pertosse, morbillo, tetano e tubercolosi. Questi bambini hanno 10 possibilità in più di morire a causa di queste malattie rispetto a dei bambini che siano stati vaccinati.

L’Alleanza Globale per i Vaccini e le Vaccinazioni (Global Alliance for Vaccines and Immunization — GAVI), è stata creato nel 1999 con lo scopo di assicurare che i bambini di tutto il mondo siano protetti da quelle malattie che possono essere prevenute grazie alle vaccinazioni.

L’Alleanza è una coalizione creativa costituita da governi nazionali, banche per lo sviluppo, leader del mondo degli affari, fondazioni filantropiche, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il gruppo della Banca Mondiale e l’UNICEF. I suoi obiettivi strategici comprendono:

·         Incrementare l’accesso a servizi di vaccinazione sostenibili;

  • Velocizzare la ricerca e lo sviluppo di nuovi vaccini per quelle malattie che affliggono prevalentemente i paesi in via di sviluppo, quali l’HIV/AIDS, la malaria, la tubercolosi e la diarrea;
  • Aumentare il tasso di impiego di tutti i vaccini con un buon rapporto costo-efficacia che già esistono;
  • Rendere la vaccinazione un caposaldo nella progettazione e nella valutazione degli sforzi internazionali per lo sviluppo.

Nel Gennaio 2000, al Forum Economico Globale di Davos, il GAVI ha lanciato il Fondo Globale per i Vaccini Infantili. Il Fondo creato grazie a una donazione di 750 milioni di dollari proveniente dalla Fondazione Bill e Melinda Gates, fornirà le risorse necessarie ad espandere le capacità dei vaccini già esistenti e a rafforzare le infrastrutture necessarie a consegnare vaccini nelle nazioni più povere. Il Fondo contribuirà inoltre alla ricerca per sviluppare dei nuovi vaccini.

L’Alleanza Globale per i Vaccini e le Vaccinazioni esemplifica il valore della cooperazione fra il settore pubblico e quello privato, nel ricercare delle soluzioni globali a problemi globali.

 

D. Migliorare i quartieri poveri

133.                     Nel corso della prossima generazione, la popolazione urbana globale raddoppierà, passando da 2,5 a 5 miliardi di persone. Praticamente tutto questo incremento sarà concentrato nei paesi in via di sviluppo. Le città vengono spesso descritte come culle della civilizzazione e come fonti di rinascimento culturale ed economico ma, per quel terzo circa della popolazione urbana del mondo in via di sviluppo che vive in condizioni di estrema povertà, esse sono invece tutt’altro. Gran parte di questi poveri urbani, infatti, non ha altra possibilità che cercarsi un rifugio in uno squallido e pericoloso insediamento abusivo o nei quartieri poveri. E anche se la popolazione delle città, alla stessa stregua di quella delle nazioni, in media sta invecchiando, gli abitanti dei quartieri poveri sono invece sempre più giovani.

  1. I quartieri poveri vengono chiamati in molti modi differenti — favelas, kampungs, bidonville, tuguri, gecikondus — ma anche se i termini cambiano, il loro significato rimane il medesimo ovunque: delle condizioni di vita miserevoli. I quartieri poveri mancano infatti dei più elementari servizi municipali, come l’acqua, le fognature, la raccolta dei rifiuti e il drenaggio delle acque piovane. Di norma, nei quartieri poveri non vi sono scuole o ospedali a breve distanza, nessun luogo in cui gli abitanti possano incontrarsi e socializzare, nessuna area tranquilla in cui i bambini possano giocare. Gli abitanti dei quartieri poveri vivono e lavorano in condizioni di insicurezza totali — esposti a malattie, al crimine e a rischi ambientali.
  2. Simili quartieri poveri e insediamenti abusivi sono solo in parte una conseguenza di una scarsità di risorse. Sono infatti responsabili anche il cattivo funzionamento del mercato immobiliare e terriero, l’irresponsabilità dei sistemi finanziari, il fallimento delle politiche, la corruzione e una fondamentale mancanza di volontà politica. E tuttavia queste vere e proprie città dentro le città sono delle fonti perenni di energia imprenditoriale che potrebbe essere impiegata per migliorare il benessere dei loro abitanti e della società in generale.
  3. La Banca Mondiale e le Nazioni Unite hanno unito le forze per rispondere a questa sfida, costruendo un’alleanza globale delle città e dei loro partner per lo sviluppo. Un ambizioso piano d’azione battezzato "Città senza quartieri poveri" è stato lanciato nel Dicembre 1999, con il patrocinio del presidente Nelson Mandela. Il piano punta a migliorare le esistenze di 100 milioni di abitanti dei quartieri poveri entro il 2020. (Gli aspetti fondamentali di questo piano sono presentati nella tavola). Il piano necessita che i leader mondiali si impegnino a migliorare le condizioni di vita dei poveri urbani, e che la comunità internazionale per lo sviluppo, a propria volta, si concentri su questo impegno.
  4. Sostengo con decisione l’iniziativa Città senza quartieri poveri e chiedo a tutti gli Stati Membri di approvarla e di agire in suo favore.

Piano d’azione Città senza Quartieri poveri

Azioni 2000 2001 2006-2020

 

·         Mobilizzare impegni finanziari e politici globali per il miglioramento dei quartieri poveri e accelerare la capacità di sostenere iniziative su larga scala

·         20 programmi di ampiezza cittadina o nazionale in corso di svolgimento in cinque regioni cambieranno le esistenze di 5 milioni di poveri urbani

·         50 programmi di portata nazionale saranno stati già lanciati con un miglioramento dei quartieri poveri — un elemento fondamentale nelle strategie di sviluppo urbano in gran parte delle nazioni del pianeta

 

 

 

·         100 milioni di abitanti dei quartieri poveri dispongono dei servizi fondamentali

 

 

 

·         Si ferma lo sviluppo di altri quartieri poveri

Sostegno in donazioni

(milioni di dollari)

4 milioni di dollari

4 milioni di dollari

4 milioni di dollari

Incremento dei bilanci urbani (milioni di dollari)

3,5 milioni di dollari

4 milioni di dollari

4 milioni di dollari

Aumento degli investimenti

(milioni di dollari)

200 milioni di dollari

4 milioni di dollari

4 milioni di dollari

 

 

E. Integrare l’Africa

138.                     In nessun luogo quanto nell’Africa a sud del Sahara c’è bisogno di un impegno globale per la riduzione della povertà, dal momento che nessuna regione del pianeta sopporta delle sofferenze umane maggiori. Le ultime stime indicano che l’Africa sub-sahariana ha la percentuale più ampia di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno. La crescita nel reddito pro capite ha registrato una media dell’1,5 per cento negli anni ’60, dello 0,8 per cento negli anni ’70, e un meno 1,2 per cento negli anni ’80. Negli anni ’90, la regione è cresciuta più lentamente di qualsiasi altro gruppo di nazioni a medio o basso reddito.

  1. Attualmente, il reddito pro capite è di soli 500 dollari all’anno. I flussi dei capitali privati in direzione dell’Africa rappresentano solo una minuscola frazione dei flussi globali, e nel caso di alcune nazioni, la fuga dei capitali equivale a diverse volte il valore dei rispettivi PNL. Il notevole debito estero complessivo sovente supera l’intero prodotto nazionale lordo, e non è inconsueto che le esigenze per il servizio del debito superino del 25 per cento il ricavato delle esportazioni. Invertire queste tendenze pone una enorme sfida tanto a chi realizza le politiche nazionali che quelle internazionali, e la difficoltà del compito viene moltiplicata numerose volte dalla gravità della crisi dell’AIDS in Africa.
  2. L’industria estrattiva domina l’economia della regione e le risorse vengono esaurite a una velocità allarmante. Le necessità infrastrutturali sono enormi, in particolare nei settori della produzione di energia elettrica e delle telecomunicazioni. Il consumo di energia elettrica pro capite è il più basso del mondo. L’Africa possiede 14 linee telefoniche ogni 1.000 abitanti, e meno dello 0,1 per cento di tutti gli africani ha navigato in Internet. Soltanto il 17 per cento delle strade sono asfaltate. E l’elenco delle carenze potrebbe continuare ancora a lungo.
  3. Ciononostante lo scorso anno — prima delle devastanti inondazioni recenti — il Mozambico ha registrato una fra le massime crescite mondiali del PNL. I prezzi più elevati delle materie prime, ovviamente, hanno avuto un ruolo significativo nel conseguimento di questo risultato, ma il Mozambico, totalmente impoverito e, solo pochi anni fa, stretto nella morsa di una guerra civile apparentemente senza soluzione, ha fatto enormi progressi contando sulle proprie forze. Il Botswana, che si classifica secondo nell’elenco, e molte altre nazioni della regione hanno per qualche tempo goduto di una buona performance economica e sono state ben governate. Quali sono dunque gli impedimenti che ostacolano questi paesi?
  4. In termini economici, la produttività africana ha sofferto perché i regimi economici tendono ad essere strettamente controllati e vengono governati in modo inefficiente dallo stato. Questo fatto si traduce in elevate barriere agli scambi, e in una scadente disponibilità di servizi pubblici. Significa anche che la corruzione è ampiamente diffusa. Le società appartenenti al settore privato non sono in condizione di competere nell’arena internazionale dal momento che non dispongono dell’accesso alla tecnologia e alle informazioni necessarie.
  5. In ogni caso, in Africa il comparto agricolo deve ancora sperimentare una Rivoluzione Verde. A differenza del resto del pianeta, infatti, la produzione alimentare non è aumentata in maniera significativa. Piovosità variabile, terreni pesantemente alterati, malattie e pestilenze hanno reclamato il proprio pedaggio. Le tecnologie agricole sviluppate in altre zone climatiche ed ecologiche non sono state trasferite correttamente nella regione. Fattori di produzione quali i fertilizzanti vengono spesso controllati da monopoli si stato e non vengono messi a disposizione degli agricoltori a prezzi competitivi. Si stimava che all’inizio degli anni ’90, ad esempio, i prezzi dei fertilizzanti fossero da due a quattro volte più cari in Africa rispetto all’Asia. La povertà delle dotazioni infrastrutturali limita inoltre la capacità di trasferimento delle produzioni, cosicché i costi di trasporto e di spedizione rimangono proibitivi.
  6. Il settore agricolo dell’Africa continua perciò a non essere in grado di rappresentare, per le popolazioni urbane del continente, una fonte di cibo affidabile e con prezzi convenienti. Per questa ragione, gran parte delle necessità alimentari dell’Africa sub-sahariana vengono soddisfatte mediante le importazioni. I suoi centri urbani rimangono piccoli secondo quelli che sono gli standard internazionali, e non dispongono neanche del capitale umano che sarebbe necessario per alimentare l’espansione industriale.
  7. Sfido i più importanti esperti mondiali a riflettere oltrepassando la barriera della bassa produttività africana. Imploro le grandi fondazioni filantropiche - che hanno stimolato in maniera così importante e così pratica la ricerca sull’agricoltura - di essere all’altezza di questa sfida di fondamentale importanza.
  8. In numerose nazioni africane esistono inoltre degli ostacoli politici al progresso economico. Ho trattato di tali questioni in occasione del rapporto presentato al Consiglio di Sicurezza nell’Aprile del 1998. La competizione politica si condensa infatti in un’attitudine a far sì che "il vincitore prenda tutto", il controllo delle ricchezze e delle risorse della società, e il potere di assegnare certi incarichi e le prerogative delle funzioni. In fin troppi esempi, questo fenomeno si accoppia con delle violazioni dei diritti fondamentali e con una notevole facilità a fare ricorso alla forza per risolvere delle controversie o mantenere saldamente la propria presa sul potere.
  9. Solo gli africani, concludevo in quel rapporto, possono interrompere questi circoli viziosi. Sono gratificato del fatto che in così tanti abbiano deciso di seguire questa strada, e che i governanti che hanno perpetrato dei crimini contro la loro gente siano sempre più di frequente ritenuti responsabili delle proprie azioni. Tuttavia, inesplicabilmente, ancora oggi relativamente pochi fra i governi africani dimostrano nelle loro politiche nazionali economiche e sociali il necessario impegno per una diminuzione della povertà .
  10. Abbiamo la possibilità di modificare questo stato di cose. Vi sono numerosi sviluppi positivi in Africa, e la comunità internazionale ha dimostrato un crescente interesse nell’assistere quelle nazioni africane tuttora colpite da agitazioni e tragedie. E proprio per questo non dobbiamo diminuire l’intensità dei nostri sforzi proprio adesso.

F. Costruire ponti digitali

  1. Il mondo sta muovendo i primi passi verso quella che è un’altra rivoluzione tecnologica. Lo vediamo nel settore della medicina e in quello farmaceutico, per non parlare delle biotecnologie. Queste nuove frontiere suscitano al tempo stesso speranze e paure. Migliori condizioni di salute e una maggiore sicurezza alimentare sono alla nostra portata, ma nel cogliere le opportunità che le biotecnologie rappresentano, non dobbiamo trascurarne i rischi che esse potenzialmente comportano. In particolare, dobbiamo essere certi che venga garantito un libero accesso alle informazioni raccolte dai ricercatori mentre decifrano i codici genetici. I codici genetici della vita umana, infatti, appartengono all’umanità intera.
  2. Vorrei in questa occasione concentrare l’attenzione su un cambiamento tecnologico che sta già trasformando la vita economica e sociale: la rivoluzione digitale. Cambiamenti di capitale importanza si stanno infatti verificando nelle industrie delle comunicazioni e dell’informazione, e avvengono a una velocità prossima a quella della luce (vedere figura 4.).

Figure 4
Growth of information technologies
(Millions)

Source: Worldwatch Institute, International Communication Union 2000.

  1. Ci sono voluti 38 anni perché la radio raggiungesse 50 milioni di ascoltatori, e 13 perché questo traguardo venisse ottenuto dalla televisione. Il medesimo numero di persone ha invece adottato Internet in soli quattro anni. Nel 1993 il World Wide Web ospitava 50 pagine; oggi sono più di 50 milioni. Nel 1998 si sono registrate su Internet 143 milioni di persone; entro il 2001 il numero degli utenti salirà a 700 milioni. Nel 1996 il mercato per il commercio elettronico valeva 2,6 miliardi di dollari; si prevede che entro il 2002 esso cresca fino a raggiungere quota 300 miliardi. E già oggi la rete possiede una gamma di applicazioni superiore a quella di qualsiasi altro strumento di comunicazione precedentemente inventato.
  2. Al presente nel mondo si sta creando uno spartiacque digitale. Negli Stati Uniti d’America ci sono infatti più computer che in tutto il resto del mondo. E a Tokyo ci sono tanti telefoni quanti nell’intera Africa.
  3. Questo spartiacque digitale può essere — e sarà — attraversato. Già adesso, la città di Bangalore, in India, è diventato un dinamico punto centrale di innovazione, potendo vantare più di 300 aziende high-tech. Il valore delle sole esportazioni indiane di software supererà quest’anno i 4 miliardi di dollari — una cifra che è pari a circa il 9 per cento delle esportazioni complessive dell’India - e fonti industriali prevedono che il fatturato dei programmi informatici raggiungerà quota 50 miliardi di dollari entro il 2008. (vedere il Box numero 3).
  4. La crescita economica del Costa Rica, nel 1999, è stata dell’8,3 per cento, la più alta dell’intera America Latina, ed è stata alimentata dalle esportazioni dell’industria dei microchip, che attualmente pesa per il 38 per cento sul totale dell’export nazionale. Potrei fornire una quantità di altri esempi sui paesi in via di sviluppo che stanno cogliendo le opportunità offerte da questa rivoluzione. Essa porta con sé grandi promesse di crescita e di sviluppo economico, potenzialmente per ogni nazione della Terra.
  5. Per apprezzare pienamente il modo in cui la rivoluzione digitale può stimolare la crescita e lo sviluppo economico, dobbiamo cercare di afferrare numerose delle sue caratteristiche fondamentali. Anzitutto, essa ha creato un settore economico completamente nuovo che, semplicemente, in precedenza non esisteva. Dal momento che i paesi che si trovano ad occupare la prima linea destinano porzioni sempre più vaste della propria economia a questo settore, si apre uno spazio di enorme valore che può essere occupato da altri, e così via, per ondate successive che potranno man mano interessare l’intero sistema economico mondiale. Questo, nei fatti, è il modo in cui le cosiddette economie emergenti in effetti "emergono" per la prima volta quando gli altri settori vengono lasciati liberi. La globalizzazione agevola questo genere di spostamenti.
  6. In secondo luogo, il capitale di maggior valore nell’era della rivoluzione digitale è, sempre più, il capitale intellettuale. I costi dell’hardware stanno diminuendo. Il passaggio da hardware a software come elemento fondamentale dell’industria, contribuisce a superare quello che ha rappresentato uno dei principali ostacoli allo sviluppo — la scarsità di capitali. Esso aumenta inoltre le possibilità che le nazioni povere possano saltare a pie’ pari alcuni dei più lunghi e difficili stadi del processo di sviluppo. Chiaramente, il necessario capitale intellettuale non è universalmente disponibile, ma nel mondo in via di sviluppo e nelle nazioni in transizione esso è comunque molto più diffuso del capitale finanziario.
  7. In terzo luogo, la rivoluzione digitale, oltre a creare un nuovo settore economico, rappresenta anche un mezzo per trasformare e migliorare molte altre iniziative. Le Isole Mauritius, ad esempio, impiegano Internet per imporre sul mercato globale la propria industria tessile. Il Programma dell’UNCTAD Punto di Scambio permette ai suoi partecipanti di commerciare i prodotti on-line. Il Governo del Mali ha creato una rete intranet per garantire dei servizi amministrativi più efficaci. E ci sono molte altre opportunità.: per la telemedicina e l’apprendimento a distanza; per banche virtuali abbinate al microcredito; per controllare le previsioni del tempo prima di seminare e i prezzi delle coltivazioni prima della mietitura.; per avere a portata di mano la biblioteca più grande del mondo, e così via. Il settore della tecnologia dell’informazione, in breve, può trasformare numerosi, se non la gran parte, altri settori dell’attività economica e sociale.
  8. Da ultimo, il prodotto fondamentale in questo settore — l’informazione — possiede delle caratteristiche uniche, che non condivide con nessun altro. L’acciaio impiegato per costruire un edificio, o gli scarponi indossati dagli operai che lo costruiscono, non possono essere utilizzati da nessun altro. L’informazione è differente. Essa non è soltanto disponibile per utilizzi ed utenti multipli, ma più viene usata e più acquista valore. Lo stesso può dirsi delle reti che connettono differenti fonti di informazione. Noi, nel mondo che prende le decisioni politiche, abbiamo bisogno di capire meglio come l’economia dell’informazione differisca dall’economia dei beni fisici che sono naturalmente scarsi — e di impiegarla per raggiungere i nostri obiettivi politici.
  9. Con questo non voglio dire che per i paesi in via di sviluppo, specie per quelli molto poveri, la transizione sarà facile. La mancanza di risorse e di capacità rappresenta il primo aspetto del problema, l’inadeguatezza delle infrastrutture di base un secondo, mentre analfabetismo e lingua costituiscono il terzo lato del dilemma e, naturalmente, esistono delle preoccupazioni riguardo alla riservatezza dei dati e a i contenuti diffusi sulla rete. Soluzioni tecniche saranno disponibili per risolvere numerosi di questi problemi, compreso l’accesso senza cavi, e persino la disponibilità di programmi per la traduzione automatica semplici, che ci consentiranno di comunicare e impegnarci nel commercio elettronico superando le barriere della lingua.
  10. Per l’immediato futuro, il modello di consumo individuale per l’impiego della tecnologia dell’informazione che sta prevalendo nelle nazioni industrializzate si dimostrerà troppo costoso per gran parte di quelle in via di sviluppo. Ma anche questi vincoli potranno essere superati. Telecentri pubblici sono stati realizzati dal Perù al Kazakhistan. In Egitto, ad esempio, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo ha contribuito a creare dei centri Comunitari per l’Accesso alla Tecnologia per portare il servizio fax e Internet nelle aree povere e in quelle rurali. Grazie al contributo delle organizzazioni della società civile e del settore privato, possiamo allargare questi programmi pilota per raggiungere anche gli angoli più remoti del pianeta.
  11. Non c’è però alcun semplice rimedio per quegli impedimenti istituzionali che esistono in numerosi paesi in via di sviluppo, soprattutto ambienti normativi che non sono di aiuto e tariffe esorbitanti imposte dalle autorità nazionali.
  12. Invito gli Stati Membri a rivedere le proprie politiche e disposizioni in questo settore, affinché siano certi di non stare impedendo al proprio popolo di approfittare delle opportunità offerte dalla rivoluzione digitale.
  13. Quale dimostrazione concreta di come possiamo costruire dei ponti al di sopra degli spartiacque digitali, sono onorato di annunciare l’istituzione di una nuova Rete Sanitaria per i paesi in via di sviluppo.
  14. Questa rete creerà e farà funzionare 10.000 siti on-line negli ospedali, nelle cliniche e nelle strutture sanitarie pubbliche dell’intero mondo in via di sviluppo. Essa punta ad offrire l’accesso a informazioni mediche e sanitarie importanti e aggiornate, realizzate su misura per nazioni specifiche o specifici gruppi di nazioni. Le attrezzature e gli accessi a Internet, senza fili ove necessario, saranno messe a disposizione da un consorzio capitanato dalla Fondazione WebMD, in cooperazione con altre fondazioni e con dei partner aziendali. Addestramento e costruzione delle competenze all’interno dei paesi in via di sviluppo sono parte integrante del progetto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sta seguendo per conto delle Nazioni Unite lo sviluppo di questa iniziativa con partner esterni, compresa la Fondazione delle Nazioni Unite.
  15. Annuncio inoltre una seconda iniziativa per costruire i ponti digitali: un Servizio delle Nazioni Unite per la Tecnologia dell’Informazione, che propongo di chiamare UNITeS.
  16. Si tratterà di un consorzio di volontari high-tech, tra cui il Net Corps Canada e il Net Corps America, che i Volontari delle Nazioni Unite aiuteranno a coordinare. L’UNITeS addestrerà gruppi di persone dei paesi in via di sviluppo sugli utilizzi e le opportunità offerte dalla tecnologia dell’informazione, e stimolerà la costituzione di ulteriori corpi digitali nel Nord e nel Sud del pianeta. Stiamo attualmente individuando delle fonti di finanziamento esterno per sostenere l’UNITeS.

 

Box numero 3

L’India e la rivoluzione informatica

Nessun altro paese in via di sviluppo ha tratto dalla rivoluzione digitale maggiori benefici dell’India, la cui industria del software dovrebbe crescere di otto volte, raggiungendo un fatturato di 85 miliardi di dollari entro il 2008. Questa industria ha generato un significativo aumento dell’occupazione e della ricchezza, creando dei nuovi quadri di imprenditori high-tech. Un’azienda indiana, la Infosys Technologies, ha registrato un incremento pari a dieci volte la propria capitalizzazione da quando si è quotata sul mercato dei titoli tecnologici statunitense del Nasdaq, nel Marzo 1999.

La rivoluzione del software in India è stata accelerata dagli investimenti provenienti dall’estero e coadiuvata dalla liberalizzazione economica e dalla creazione di parchi tecnologici software patrocinati dal governo. L’India dispone inoltre di un gran numero di professionisti del software che si operano globalmente.

Le aziende indiane sono diventate leader mondiali nella progettazione di portali e applicazioni che girino sul web, e hanno aggirato con successo i ritardi burocratici e l’obsolescenza delle infrastrutture costruendo sistemi di telecomunicazione proprietari e utilizzando il satellite per distribuire in tutto il mondo i software di loro produzione. In India gli accessi a Internet stanno crescendo rapidamente e si stima che circa 6 milioni di persone che vivono in questo paese saranno connessi a Internet entro il 2001, favoriti dal processo di deregolamentazione in atto nei settori delle telecomunicazioni e della tecnologia dell’informazione.

Ciononostante l’India, come tante altre nazioni, continua a dovere far fronte alla sfida dello "spartiacque digitale". Esiste infatti all’interno del paese un enorme divario fra quelli che fanno parte della rivoluzione di Internet e quelli che non si sono invece integrati. In India, nel cinquantesimo anniversario della proclamazione della repubblica costituzionale, il Presidente ha avvertito il paese che la nazione dispone "di uno dei più grandi serbatoi di personale tecnico del mondo, ma anche il più grande numero di analfabeti del pianeta, il più grande numero di persone che vivono al di sotto della linea di povertà, e il più grande numero di bambini malnutriti."

Il successo dell’India nell’abbracciare la rivoluzione tecnologica è direttamente collegato al suo successo nello sfornare una gran quantità di laureati e diplomati estremamente qualificati nelle discipline tecniche e scientifiche. Le reti informatiche che questi laureati stanno attualmente costruendo possiedono un enorme potenziale per la diffusione dei benefici dell’istruzione anche fra quanti sono stati meno fortunati.

 

G. Dimostrare una solidarietà globale

167.                     La creazione di un mercato globale integrato rappresenta una delle più importanti sfide per l’umanità nel ventunesimo secolo. Siamo tutti più poveri se ai poveri viene negata una possibilità di vivere meglio. Ed è nelle nostre possibilità estendere queste opportunità a tutti.

  1. I paesi ricchi dovranno rivestire un ruolo indispensabile nell’aprire ulteriormente i loro mercati, nell’assicurare un condono del debito più esteso e più rapido, e nel fornire un’assistenza allo sviluppo maggiore e meglio sviluppata.

Accesso al commercio

  1. nonostante decenni di liberalizzazione, il sistema degli scambi mondiali rimane gravato da tariffe e quote all’importazione. Gran parte delle nazioni industrializzate proteggono pesantemente il proprio mercato agricolo e quello dei prodotti tessili — gli unici due settori nei quali i paesi in via di sviluppo possiedono un vantaggio competitivo riconosciuto. In aggiunta, i sussidi all’agricoltura delle nazioni industrializzate abbattono i prezzi mondiali, colpendo ancora più duramente gli agricoltori dei paesi poveri.
  2. Ognuno paga dei prezzi elevati per queste politiche. Il costo stimato per ogni lavoro "salvato" nelle nazioni industrializzate va dai 30.000 ai 200.000 dollari, a seconda del settore industriale. Le perdite economiche globali che derivano dal protezionismo agricolo potrebbero raggiungere quota 150 miliardi di dollari all’anno — di cui circa 20 miliardi di dollari per le esportazioni perdute dai paesi in via di sviluppo. I paesi in via di sviluppo, comunque, creano un grave danno a sé stesse adottando le proprie politiche protezioniste, nel comparto agricolo come in ogni altro settore economico.
  3. Piuttosto che cercare di tenere in vita delle industrie ormai in declino, un tentativo che nel lungo periodo fallisce sempre, i leader politici dovrebbero preoccuparsi di incrementare le competenze mediante l’adozione di programmi per l’istruzione e l’addestramento, e fornendo assistenza per la riconversione.
  4. La decima sessione della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e sullo Sviluppo, tenuta recentemente a Bangkok, ha messo in luce la necessità di un migliore accesso ai mercati per i prodotti agricoli e industriali esportati dalle nazioni meno sviluppate. Questo sarebbe particolarmente d’aiuto per i paesi dell’Africa sub-sahariana.
  5. Invito le nazioni industrializzate a valutare la possibilità di offrire un accesso esente da dazi e da quote all’importazione per praticamente tutte le esportazioni provenienti dai paesi meno sviluppati — e ad essere preparati ad appoggiare tale impegno in occasione della Terza Conferenza delle Nazioni Unite sulle Nazioni Meno Sviluppate, che si terrà nel marzo del 2001.
  6. Una questione collegata ai legami commerciali è emersa negli ultimi anni. Mi riferisco all’intenzione di alcuni di condizionare la liberalizzazione degli scambi al rispetto da parte dei paesi in via di sviluppo di determinate condizioni nelle aree del lavoro, dell’ambiente e dei diritti umani. Tale questione dev’essere trattata con estrema attenzione, affinché essa non diventi solo un altro pretesto per giustificare il protezionismo.
  7. Propongo di seguire una strada differente. In primo luogo, nella maggior parte di queste aree esistono già degli accordi in merito ai valori universali e a degli standard comuni — il frutto di numerose conferenze e di lunghe trattative. Quel che è ora necessario è che gli stati non trascurino i propri obblighi e che alle competenti agenzie delle Nazioni Unite siano garantite le risorse e il sostegno per aiutarli. Se poi questo significa che il mondo dovrebbe avere un’organizzazione ambientalista più solida , ad esempio, o che l’Organizzazione Internazionale del lavoro debba essere rafforzata, allora prendiamo pure in considerazione questa possibilità.
  8. In secondo luogo, le aziende globali debbono giocare un ruolo di indirizzo a tale riguardo. All’interno delle proprie strutture, con un costo relativamente basso, esse possono infatti applicare, ovunque operino, delle pratiche corrette. Questo fatto avrebbe un benefico effetto dimostrativo in tutto il mondo. E’ per questa ragione che ho invitato il mondo degli affari nel suo complesso ad unirsi a me in un "Contratto Globale" per applicare nelle loro pratiche aziendali una serie di valori fondamentali in tre aree: standard lavorativi, diritti umani e ambiente (vedere il Box numero 4). Questa iniziativa è stata appoggiata da un ampio gruppo di associazioni imprenditoriali, gruppi sindacali e organizzazioni non governative — e io spero di poter presto annunciare il nome del primo leader del mondo degli affari che si unirà a noi per rendere il Contratto Globale una realtà di quotidiana.

Condono del debito

  1. I livelli elevati del debito estero rappresentano un pesantissimo fardello che schiaccia le possibilità di crescita economica di gran parte delle nazioni più povere. Il servizio del debito estero in valuta pregiata impedisce infatti loro di effettuare degli investimenti adeguati nei settori dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria, nonché di reagire efficacemente ai disastri naturali e a emergenze di altro genere. Il condono del debito per queste nazioni povere altamente indebitate deve, perciò, essere parte integrante del contributo allo sviluppo della comunità internazionale.

 

Box numero 4

Il Contratto Globale: una Struttura per la collaborazione fra le Nazioni Unite e il settore privato

Lanciato agli inizi del 1999 dal Segretario Generale, il Contratto Globale è un’impresa comune dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente e dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.

Il Contratto cerca di impegnare le imprese nella promozione di standard lavorativi equi, al rispetto dei diritti umani e alla protezione dell’ambiente. Alle imprese viene chiesto di tradurre il proprio impegno in queste tre aree dai principi generali in pratiche di gestione concrete. Il Contratto Globale è basato sulla convinzione che intrecciare il filo dei valori universali nel tessuto dei mercati globali e delle pratiche aziendali contribuirà a far progredire degli obiettivi sociali di grande importanza, garantendo al tempo stesso l’apertura dei mercati stessi.

Per contribuire al raggiungimento di questi ambiziosi obiettivi, la squadra che all’interno delle Nazioni Unite lavora al Contratto ha creato un sito Internet che fornisce informazioni sul Contratto e offre l’accesso alle ampie banche dati nazionali che sono a disposizione delle Nazioni Unite. Il sito illustra le "pratiche di successo" sviluppate dalle imprese nel settore dei diritti umani, degli standard lavorativi e nella protezione dell’ambiente, e promuove il dialogo su programmi di collaborazione e di sostegno. L’indirizzo di questo sito Internet è il seguente: http//:unglobalcompact.org.

Il Contratto Globale viene attivamente sostenuto da:

·         Associazioni imprenditoriali globali: la Camera di Commercio Internazionale, l’Organizzazione Internazionale dei datori di lavoro, il Consiglio Mondiale Imprenditoriale per lo Sviluppo Sostenibile, il Forum dei Leader Imprenditoriali del Principe di Galles, e dagli Imprenditori per la Responsabilità Sociale.

  • Altre associazioni globali che si sono unite, o stanno valutando la possibilità di farlo, comprendono: l’Associazione Internazionale delle Industrie dei fertilizzanti, la Federazione Internazionale di Consulenza Ingegneristica, la Federazione Mondiale delle Industrie che Producono Merci per le Attività Sportive, l’Istituto Internazionale del Ferro e dell’Acciaio, l’Associazione Internazionale dell’Industria Petrolifera per la Conservazione dell’Ambiente e il Consiglio Internazionale delle Associazioni Chimiche.
  • La Confederazione Internazionale dei Sindacati per il Libero Commercio.
  • Organizzazioni non governative interessate alle questioni che hanno a che fare con l’ambiente, i diritti umani e lo sviluppo.

 

178.                     Le ripetute rimodulazioni del debito bilaterale di queste nazioni non hanno significativamente ridotto il loro indebitamento complessivo. Nel 1996, di conseguenza, la comunità internazionale dei paesi donatori ha proposto un’iniziativa per ridurre il debito di questi paesi a livelli sostenibili — la cosiddetta iniziativa HIPC. Nei tre anni trascorsi dall’adozione della proposta, tuttavia, solo quattro nazioni hanno pienamente adempiuto a quanto concordato. Altre nove stanno procedendo verso il traguardo, mentre altre cinque sono impegnate nelle discussioni preliminari. Ma i progressi sono stati lenti.

  1. Il proposto ampliamento del programma HIPC — concordato in occasione del Vertice di Colonia del G-8 nel Giugno del 1999 e appoggiato nel settembre dello stesso anno dalle istituzioni finanziarie internazionali — prevede un condono del debito maggiore, più rapido e più vasto. Ma il progetto deve ancora essere messo in pratica. Rimangono infatti ancora diversi ostacoli. Ad esempio, non esiste alcun meccanismo per gestire la ristrutturazione su larga scala del debito vantato dai creditori stranieri nei confronti dei numerose debitori privati nel settore bancario e imprenditoriale dei paesi in via di sviluppo.
  2. Mi appello alle nazioni donatrici e alle istituzioni finanziarie internazionali affinché valutino la possibilità di cancellare dai propri libri contabili tutti i debiti ufficiali vantati nei confronti dei paesi poveri altamente indebitati purché questi offrano in cambio un impegno dimostrabile per la diminuzione della povertà.
  3. Nella progettazione di questi programmi nazionali per la riduzione della povertà, si auspica che i governi attuino una serie di strette consultazioni con la società civile.
  4. Vorrei fare un passo in avanti e proporre che, in futuro, noi valutiamo un approccio completamente nuovo nella gestione del problema del debito. Fra le principali componenti di un simile approccio potrebbero rientrare l’immediata cancellazione dei debiti vantati nei confronti di nazioni che siano state colpite da gravi conflitti o disastri naturali; un allargamento del numero dei paesi che rientrano nel programma HIPC consentendo loro di qualificarsi sulla base della semplice povertà; stabilizzare la restituzione del debito legandola a una percentuale massima dei ricavi degli scambi con l’estero; e istituire un processo di arbitrato per il debito per equilibrare i sovrani interessi dei creditori e dei debitori e introdurre una maggiore disciplina nelle loro relazioni.
  5. Lasciateci, soprattutto essere chiari sul fatto che, in mancanza di un convincente programma sul condono del debito per iniziare il nuovo millennio , il nostro obiettivo di dimezzare la povertà mondiale entro il 2015 rimarrà soltanto un’illusione.

Assistenza Ufficiale allo Sviluppo

  1. L’assistenza allo sviluppo — il terzo pilastro nel supporto prestato dalla comunità internazionale — ha registrato un costante declino per numerosi decenni. Ci sono alcuni segnali che questo declino ha attualmente cominciato a fermarsi, per ristabilizzarsi su livelli più normali ma, nonostante i recenti aumenti nelle contribuzioni di cinque nazioni, non è ancora visibile una tendenza generalizzata alla crescita (vedere figura 5). Mentre è vero che il flusso degli investimenti privati è cresciuto in maniera significativa, numerosi paesi poveri non sono ancora pienamente attrezzati per poter attirare questo genere di investimenti.

Figure 5
Financial flows to developing countries
(Billions of United States dollars—constant 1995 dollars)

Source: World Bank, Global Development Finance 1998.

185.                     Il flusso degli aiuti supplementari dovrebbe essere impiegato per sostenere il genere di priorità che ho descritto: programmi che favoriscano la crescita e aiutino i poveri. Gli aiuti dovrebbero inoltre promuovere le opportunità di investimento nazionali ed estere. Per esempio, potrebbe forse essere impiegato per controbilanciare parte del premio sul capitale di rischio degli investimenti privati nei paesi poveri. Il settore privato può inoltre essere di aiuto nel fornire l’assistenza per il periodo precedente all’investimento — come nel caso della collaborazione fra l’UNCTAD e la Camera di Commercio Internazionale per produrre delle guide agli investimenti nei paesi meno sviluppati (vedere il Box numero. 5)

  1. Se vogliamo che i programmi di assistenza esterna producano i migliori risultati, il peso degli adempimenti amministrativi sulle nazioni che essi dovrebbero aiutare dev’essere diminuito in maniera significativa, e quelle nazioni debbono giocare pienamente la propria parte nella loro progettazione. La Struttura di Assistenza allo Sviluppo delle Nazioni Unite rappresenta un utile passo — e sotto tutti gli aspetti, è anche un passo di successo — in tale direzione (vedere il box numero 6) — così come lo sono i cambiamenti introdotti di recente da altre agenzie, compresa la Banca Mondiale. Ma i programmi bilaterali hanno ancora bisogno di essere coordinati molto meglio.
  2. Come risultato della globalizzazione, l’impegno mondiale verso i poveri sta lentamente cominciando ad essere visto non soltanto come un imperativo morale ma anche come un interesse comune. Ciascuna nazione deve ancora assumersi la responsabilità primaria per i propri programmi di crescita economica e di riduzione della povertà. Ma sbarazzare il pianeta dal flagello della povertà estrema costituisce una sfida per ciascuno di noi. Ed è una sfida che non possiamo permetterci di perdere.

 

Box numero 5


Attrarre gli investimenti nei paesi più poveri: un’iniziativa congiunta delle Nazioni Unite e del settore privato

Gli investimenti stranieri diretti (foreign direct investments — FDI) contribuiscono enormemente alla crescita economica dei paesi in via di sviluppo. Gran parte di questi investimenti vanno al mondo industrializzato, ma una percentuale crescente, circa un quarto del totale, sta attualmente dirigendosi verso i paesi in via di sviluppo. Negli ultimi 10 anni questo flusso di capitali privati è diventato una fonte finanziamento per lo sviluppo più importante dell’assistenza ufficiale allo sviluppo per molte fra le nazioni in via di sviluppo.

Ma i FDI non affluiscono in maniera uniforme verso ogni parte del mondo in via di sviluppo. L’Asia, ad esempio, riceve investimenti stranieri che sono di almeno 20 volte superiori rispetto a quelli destinati all’Africa sub-sahariana, dove invece il bisogno è molto maggiore.

Per quale ragione sono proprio le nazioni più povere e più bisognose a ricevere i livelli minori dei capitali privati investiti? Le ragioni sono complesse. Mercati dei capitali e del lavoro inefficienti, governi deboli ed elevati costi di trasporto sono parte del problema. Ma anche quando i paesi in via di sviluppo intraprendono le riforme necessarie ad affrontare questi problemi, ebbene anche in quel caso esse continuano a non ricevere i FDI di cui hanno un disperato bisogno.

Sovente, la sfida fondamentale consiste nell’informare gli investitori potenziali che le riforme necessarie sono state fatte, e che esistono delle concrete opportunità per gli investimenti. E l’iniziativa congiunta intrapresa dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (United Nations Conferenceon Trade and Development — UNCTAD) e dalla Camera di Commercio Internazionale (International Chamber of Commerce — ICC) si propongono di fare esattamente questo.

Questa iniziativa prevede la pubblicazione di una serie di guide agli investimenti che descriveranno le opportunità di investimento e le condizioni nei paesi meno sviluppati e promuoveranno il dialogo fra i governi e i potenziali investitori. Un obiettivo fondamentale consiste nel contribuire a rafforzare la capacità delle nazioni povere di attrarre investimenti.

Ventotto aziende — nomi che sono familiari in molte parti del pianeta — stanno sostenendo questa collaborazione e contribuendo al progetto congiunto UNCTAD-ICC, come pure stanno facendo Cina, Finlandia, Francia, India e Norvegia.

Il progetto UNCTAD-ICC è uno dei numerosi progetti di cooperazione fra pubblico e privato che vengono attualmente perseguiti dalle Nazioni Unite. Con il flusso degli aiuti che nel corso degli anni ’90 è diminuito questo genere di collaborazione sta diventando un mezzo sempre più importante per assistere il processo di sviluppo nella nazioni più povere.

 

 

Box numero 6


Cooperare per lo sviluppo: la Struttura delle Nazioni Unite per l’Assistenza allo Sviluppo

Negli ultimi decenni la cooperazione allo sviluppo si è modificata in maniera drammatica, con un accento molto maggiore posto sulla questione dei diritti umani, sullo sviluppo umano e sulle preoccupazioni a carattere ambientale. Le richieste per ottenere assistenza sono aumentate; le risorse per soddisfare tale domanda sono diminuite.

Alle Nazioni Unite è stato sempre più di frequente richiesto di fare di più con meno risorse. Questo, ha a propria volta richiesto una maggiore cooperazione fra le nostre agenzie e una maggiore collaborazione con gli attori della società civile e il settore privato. Dal momento che il numero delle agenzie per lo sviluppo e delle organizzazioni non governative che agiscono sul campo è aumentato, la necessità di avere un migliore coordinamento è cresciuta proporzionalmente.

Per una sviluppare maggiore collaborazione, coerenza e impatto al lavoro dell’Organizzazione a livello nazionale, nel 1997 è stata creata la Struttura delle Nazioni Unite per l’Assistenza allo Sviluppo (United Nations Development Assistance Framework — UNDAF) come parte del pacchetto di riforma presentato dal Segretario Generale. L’UNDAF è una struttura comune con una visione comune e si basa su una visione nazionale comune.

L’UNDAF cerca di migliorare il coordinamento e di evitare una duplicazione degli sforzi fra le agenzie delle Nazioni Unite, i governi nazionali e altri partner nel sostenere le priorità nazionali. E’ stata attualmente realizzata in 74 nazioni in tutto il mondo, in ognuna sotto la guida del Coordinatore Residente delle Nazioni Unite. Fa parte di una più ampia tendenza del sistema delle Nazioni Unite trattare questioni quali lo sviluppo in un’ottica di più vasta portata.

L’UNDAF rappresenta inoltre un cambiamento nella pianificazione e nell’attuazione dei programmi di sviluppo che vengono decentralizzati, passando dalle sedi delle organizzazioni coinvolte al livello nazionale. In India, ad esempio, l’UNDAF ha agevolato la collaborazione tra le Nazioni Unite e il Governo nell’affrontare le sfide gemelle del sesso e del decentramento. In Romania, l’UNDAF ha contribuito all’elaborazione della prima Strategia Nazionale sulla Povertà, che a propria volta ha messo il Governo in grado di raccogliere risorse ulteriori da altri donatori.

Pur nella sua breve esistenza, i risultati ottenuti dall’UNDAF dimostrano chiaramente che le agenzie, operando cooperativamente, ottengono molto di più rispetto a quanto agiscono da sole.

 

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