scuolasolidale.it
| di Salvatore Tutino - Presidente Associazione "Il Bosco" - tratto dal sito www.associazioneilbosco.it |
Colombia, 2 marzo 2003
(* Per motivi di sicurezza i nomi sono stati cambiati o non sono citati)
rrivo
a Casa Agape sotto un sole che brucia gli occhi. Mi assale una stanchezza che
non so dire se dovuta al timore presente o alla notte passata insonne, a vedere
guerriglieri e imboscate dappertutto. Sono venuto qui per portare aiuto ai
bambini della nostra Fondazione*, ma quello che mi hanno raccontato circa
l'attuale destinazione di Casa Agape non aiuta certo a prendere sonno
facilmente.
Contrariamente al progetto iniziale che doveva accogliere bambine con problemi
di droga, accoglie oggi 17 ragazzi e 3 ragazze dai 14 ai 18 anni desvinculados
dalla guerriglia armata, perché fuggiti, perché catturati dall'esercito o perché
ammalati e abbandonati. Essi fanno parte di un programma governativo di
reinserimento che dura normalmente tre anni. Dopo un primo periodo successivo
alla loro consegna all'esercito, passano attraverso tre tappe diverse di
formazione che li devono condurre alla riabilitazione e al mondo del lavoro.
Mi accompagnano Fernando Noriega, coordinatore dell'equipo de trabajo social e
Orlay, con la stessa Jeep con la quale quest'ultimo era stato oggetto di
attentato due mesi prima davanti ad una delle due fincas della Fondazione. Anche
i miei compagni, lungo la strada sterrata e deserta che percorriamo per arrivare
a Casa Agape, si accorgono della mia tensione. Il programma è segregato, ma la
guerriglia ha informatori in ogni paese, in ogni barrio della cittadina, e
sapere che in zona esiste un centro di accoglienza di minori fuggiti dalla
guerriglia mette i ragazzi e noi stessi in pericolo.
La vista della Casa completamente terminata, senza i ponteggi e le attrezzature
di cantiere che avevo visto l'anno prima, la tranquillità del posto e la vista
dei luoghi familiari mi calmano i battiti del cuore.
Prima ancora di scendere dalla macchina veniamo circondati da una decina di
ragazzi festosi ed una ragazza, tutti minorenni ma con fare già da adulti.
Quando si accorgono della mia presenza ammutoliscono e si fermano, aspettando i
nostri movimenti. Non mi conoscono, capiscono dai miei tratti e dai miei vestiti
che sono uno straniero e si chiudono immediatamente in un mutismo di difesa.
Scendiamo dalla Jeep e Fernando li chiama, per presentarmi. Mi salutano
freddamente, pronunciando nomi che ascolto appena, teso come sono a cogliere
ogni minimo indizio di pericolo. Gli altri membri dell'equipo (in tutto sono
nove e lavorano a turno), una psicologa e due assistenti sociali, la cuoca e
l'esperto agrario mi accolgono giovialmente.
Per rompere la tensione, dopo i convenevoli di rito, chiedo di visitare la Casa.
Comincio dalla cucina e dalla mensa, per passare successivamente al piano
superiore dove sono le stanze dei ragazzi. Infine visito la dependance dove
dormono le ragazze. Il caro amico Mario Verardi, principale promotore e
finanziatore con AGAPE (Associazione Genitori Adottivi per l'Estero) di questa
Casa ha di che andare fiero. Per questi posti, la Casa è un hotel a tre stelle;
nelle sue strutture e arredi principali, e' completamente terminata e
costituisce uno dei tanti pilastri di sostegno al mondo dei ragazzi che AGAPE ha
contribuito a realizzare portando il suo aiuto nei posti più sperduti del
pianeta.
La cuoca, come di consueto, ci porta nel prato antistante una tazza di caffè
fumante che io, abituato al caffè italiano, riesco appena a sorseggiare.
Fernando, nel frattempo, aveva spiegato ai ragazzi i motivi della mia presenza e
dell'impegno di AGAPE e de IL BOSCO nella realizzazione della Casa. Curiosi, e
rassicurati, si avvicinano più disinvolti e tranquilli. Tiro fuori la
macchinetta fotografica e comincio a fare delle foto. E qui, come in una scena
di film, mi attorniano e mi si stringono per chiedermi di scattare loro delle
foto. Mi sembra di stare in una festa di bambini, tutti curiosi e impazziti per
avere una loro foto, da soli o con le ragazze dell'equipo. Li accontento fino a
finire due interi rullini e finalmente li vedo sorridere. Solo due di loro
rimangono completamente in disparte, con dei visi impassibili e freddi. Fernando
mi dirà dopo che sono due dei tre ragazzi più ribelli, essendo già stato
allontanato il terzo (Juan Carlos*) e portato in un'altra finca ,così da
separarli e renderne più facile il controllo. La tensione che regnava al mio
arrivo si è allentata; ho molta voglia di parlare con loro, farmi raccontare la
loro vita.
Ma prima devo conquistarmi la loro fiducia, mostrarmi sicuro e rispettoso dei
loro segreti. Mi faccio mostrare i loro passatempi preferiti, come quello di
realizzare catenine di filo colorato, o i pesi con cui si allenano il giorno a
mantenersi in forma. Giro per il campo dove sorge la Casa; mi vengono dietro
come cuccioli curiosi, facendomi mille domande e dicendomi quello che invece
manca nella Casa. L'acqua, ad esempio, viene a mancare spesso e sarebbe
necessario mettere altri serbatoi. Il sole è molto forte e sento la necessità di
ritornare in albergo, anche per raccogliere le idee e scuotermi di dosso le
immagini di quei visi tristi anche nei sorrisi, con la pelle cotta dal sole, le
mani nodose e secche, gli sguardi impenetrabili di alcuni di essi. Risaliamo in
Jeep e ci prepariamo a partire, ma non prima di essere stato oggetto delle
richieste più disparate. Alla fine prometto di interessarmi per attrezzare un
campo di pallavolo e di tennis da tavolo.
La Casa, pensata per bambine dai 6 ai 12 anni con problemi di droga, è ora
adibita a ragazzi fino a 18 anni, abituati a camminare ore e ore, notte e
giorno, tra le Cordigliere impervie del paese; avrebbero bisogno di continuare a
muoversi, fare esercizi, sport. Sarebbe utile realizzare attorno alla Casa un
campo di calcetto ed una piccola piscina che possa distrarli. Se i ragazzi non
dispongono di spazi e giochi adatti alla loro età si annoiano e sono portati,
abituati ad una vita sempre attiva, a ribellarsi, rifiutare gli incarichi e la
disciplina. Già è successo, mi hanno raccontato; sono volate minacce, neanche
velate, all'equipo; alcuni visi di ragazzi sono tumefatti da liti interne; non è
facile per loro capire il linguaggio del rispetto e della fiducia. Se prometti
una cosa la devi mantenere, pena ricatti e minacce. Sono ragazzi che hanno
conosciuto solo la legge del più forte, della violenza, della morte degli altri
per la loro sopravvivenza. I primi giorni del loro arrivo (la notte del 23
Dicembre) furono drammatici, mi dicono, sia per organizzare l'accoglienza che
per stabilire un rapporto con i nuovi ospiti, inviati senza preavviso dal
Benestare Familiare.
La Casa, costata 162 milioni di pesos, ha già ora un costo di esercizio maggiore
rispetto ai contributi dati dal Governo (18 milioni di pesos mensili contro i 14
di contributo) e non è facile trovare altri soldi per realizzare strutture di
gioco. Alla domanda di un mio ritorno, non so cosa rispondere. La prudenza vuole
che non sappiano molto di me e che non abbiano date precise. Rispondo molto
vagamente e ci allontaniamo dal campo, tra saluti e promesse di tornare presto
con le foto sviluppate.
Ritorno l'indomani con le foto sviluppate, un tavolo da ping-pong, una rete e
palloni per la pallavolo. A parte i soliti due ragazzi silenziosi e distaccati,
che continuano a rimanere in disparte, gli altri mi circondano felici alla vista
delle foto. Mi chiedono di farne altre, in pose machiste. Li accontento.
Mangiamo tutti insieme nell'ampio salone: riso, pan de yuca, e pollo. Cominciano
ad avere fiducia di me; ho mantenuto le promesse. Nel pomeriggio montiamo la
rete, apriamo il tavolo da ping-pong e spiego le regole del gioco. Giochiamo per
qualche ora, tra urla e scambio di cinque festosi Si divertono come non mai.
Qualcuno mi chiede dove sta l'Italia, quante ore si impiega con il carro
dall'Italia alla Colombia. Sono quasi tutti analfabeti; cresciuti nei campi e
tra le montagne, sanno solo di stare in un paese che si chiama Colombia. Dieci
di loro hanno cominciato ad andare in una scuola vicina, in accordo al programma
concordato con il Governo; vogliono imparare, sono avidi di sapere, ma il loro
inserimento è comunque difficile perché continuano ancora a vedere i loro
impegni nella comunità come qualcosa di fastidioso, che dovrebbe essere loro
retribuito.
Non hanno un' idea del loro futuro ed anche i sogni, le speranze, la necessità
di imparare un mestiere appare loro come qualcosa di vuoto, incomprensibile.
Fino a qualche mese prima pensavano solo a sparare, scappare per i monti,
conoscere le tecniche di guerriglia, imparare slogans e manuali di lotta,
comprese le menzogne da dire in caso di arresto da parte dell'esercito. I
ragazzi minorenni, nella guerriglia, sono usati per diversi scopi: per non farsi
attaccare dall'esercito, per fare opera di spionaggio nei paesi, per cucinare,
portare acqua e pesi vari, servire i capi. L'addestramento è durissimo e
spietato; dura mesi e mesi. Imparano a camminare scalzi, a non mangiare per
giorni interi, dormire solo due ore a notte, ubbidire senza discutere, camminare
per giorni e giorni tra i monti, sotto la pioggia. Imparano ad allestire i
campi, fare la guardia, sparare con tutti i tipi di arma. Imparano ad uccidere
senza pietà, con il machete, per abituarsi alla vista del sangue (capita anche
che qualcuno debba bere il sangue di chi uccide, affinché diventi insensibile a
tutto).
Nei giorni seguenti leggo tutti gli articoli che trovo sui programmi del governo
per recupero dei ragazzi svincolati dalla guerriglia; libri, riviste, giornali.
Parlo con i responsabili del programma e mi raccontano le storie di alcuni
ragazzi, raccapriccianti, fatte di violenza, terrore e morte. Alcuni di loro
sono entrati a 11 anni nella guerriglia per un pasto al giorno, altri sono stati
costretti a seguire la guerriglia per minacce personali o alla famiglia. Sono
tutti racconti di miseria e terrore difficilmente descrivibili per la loro
crudeltà.
Incontro Juan Carlos Rodriguez*, un bel ragazzo di colore, alto e snello, dai
capelli crespi corti, tagliati a zero sui lati. Lo incontro in un'altra
fattoria, isolato dagli altri perché aveva instaurato una forma di cupola tra i
ragazzi in cui lui era divenuto il capo naturale, per la sua forza, l'aspetto
deciso ed il passato violento tra i paramilitari, una forza militare nota per le
sue crudezze e gli interventi di limpieza sociale tra i drogaditos e i ladri.
Chi sfugge a loro è segnato; Juan Carlos non potrà mai più ritornare al suo
paese; i suoi familiari sono scappati la sera prima della sua fuga e non sa dove
si trovano. Parliamo del più e del meno con molta difficoltà. Il suo è un
linguaggio fatto di espressioni forti, un dialetto difficile da intendersi, un
gesticolare continuo quasi a volere mimare le azioni che mi racconta. Sono
costretto ad interromperlo spesso per farmi tradurre alcune parole. Ha voglia di
parlare, di raccontare tutto, contrariamente ad altri che invece vogliono
dimenticare e fuggono alle domande. Ride e si meraviglia del mio stupore, di
certe mie domande ingenue. L'indomani di questo primo incontro deve venire nella
Fondazione ed allora penso ad una forma di intervista, in un luogo sicuro e
tranquillo. E' il ragazzo con il passato più violento, che ha bisogno di
raccontare, di svuotarsi di mille sofferenze. Allontanato dal gruppo per la sua
posizione di preminenza che ne aveva fatto un capo, montando azioni di protesta
e minacce verso l'equipo, chiede di rientrare presto nel gruppo perché si sente
solo, triste. Dice di avere capito lo sbaglio fatto. E' ancora un ragazzo, mi
sembra sincero quando dice di essere cambiato. Ho voglia di credere in lui, di
aiutarlo. Vorrebbe sapere dove stanno i suoi, tranquillizzarli, ma è vietato
comunicare con l'esterno. Dovranno passare molti mesi o anni prima di ritornare
ad una vita che sia vita.
Lo incontro alle nove di mattina, sorridente; indossa una canottiera che lascia
scoperti i muscoli ed i segni delle ferite. Facciamo colazione in piazza. E'
sicuro di sé, si muove con grazia e sorride sempre. E' pieno di vita e di
energia, un metro e ottanta di muscoli su un corpo snello. Inizia il suo
racconto con la sua tipica gestualità mimica, forse per aiutarmi a capire le sue
parole spesso indecifrabili.
Tutto il suo racconto è inframezzato da hijueputa ed altre parole molto
colorite. Il racconto è riportato così come da lui raccontato. " Sono nato a
***, un piccolo paese della provincia di Antioquia dove la vita è molto dura per
la forte presenza di paramilitari, guerriglia ed esercito. Non passa giorno che
non hai un combattimento ed i morti sono una costante del paese. E' un paese con
molto commercio, magazzini, bar. Lì si viveva del lavoro in miniera, miniere di
oro. Non ho conosciuto mio padre. Vivevo con mia madre, un fratello e due
sorelle. Io ero il più piccolo. Vivevamo fuori del paese, in un barrio povero.
La casa non aveva acqua e servizi e ci toccava fare ogni giorno molti chilometri
per andare a riempire timbos di acqua alla fontanella del paese.
Era molto duro perché *** è in montagna e percorrere quelle strade carichi di
acqua era molto pesante. A cinque anni cominciai ad aiutare mia madre in
miniera. Ci alzavamo alle cinque e si ritornava dopo dodici ore di duro lavoro.
Non sempre avevamo da mangiare e la fame era il nostro peggior nemico. Dovendo
aiutare a casa, non ho potuto studiare. I giochi, le merende, i pasti che si
vedono oggi in televisione erano per me completamente sconosciuti. La casa era
con pareti di latta e quando pioveva dormivamo bagnati e infreddoliti. I
Paramilitari erano terribili; tutti i ragazzi vivevamo nel terrore di essere
presi e portati via. Li chiamano l'esercito della limpieza perché bastonano o
ammazzano chiunque si droghi o vesta in maniera diversa, ad esempio con capelli
lunghi o con gli orecchini. Se sono figli di povera gente quelli che prendono li
portano fuori del paese, li legano ad un palo e li massacrano di botte. Se sono
figli di ricchi, allora gli danno una forte lezione e poi avvertono la famiglia
di andarsi a riprendere il figlio.
Camminavano per il paese sempre armati, prepotenti e sicuri di sé perché erano
in combutta con l'esercito e facevano con noi quello che la legge non permetteva
di fare all'esercito. Se scendeva dalle montagne la guerriglia e passava dal
paese, loro volevano sapere dove erano andati e dicevano che noi eravamo
traditori perché aiutavamo la guerriglia. Poi passava la guerriglia e faceva la
stessa cosa dei paramilitari. Eravamo come canne al vento, chi passava si
prendeva tutto, violentava la gente e spariva. E la gente non sapeva a chi
toccava il giorno dopo.
A 15 anni riuscii a lavorare nella stessa miniera dove avevo sempre aiutato la
mia vecchietta. Mio fratello era già andato via da casa per cercare fortuna
altrove ed io ero diventato, d'improvviso, l'uomo di casa. Mi sentivo grande,
forte. Grazie ai sacrifici di mia madre ero cresciuto in buona salute e già a 15
anni ero un ragazzo alto e robusto. Io pensavo a comprare il mangiare per la
casa, compravo vestiti buoni e la Domenica mi vestivo bene. Dimostravo agli
altri che avevo potere, tenevo una ragazza, andavo a bere liquore al bar,
insomma mi sentivo grande e tutti mi dovevano rispettare perché ero forte. Devi
sapere che in questi posti è molto importante sentirsi rispettati".
"Cosa successe per cambiarti la vita così?", domandai.
" Quello che passò è che un giorno mi successe una cosa che mi costrinse a
pensare molto. Io tenevo i capelli lunghi, andavo in giro con un cappello ed
avevo un orecchino all'orecchio; stavo in un bar con alcune amiche e in quel
momento arrivarono i paracos, i paramilitari. Cominciarono a stuzzicarmi, mi
tolsero il cappello e l'orecchino, dicendomi che a loro non piacevano queste "frocionerie"
negli uomini. Lo ripeterono molte volte, prendendomi in giro e facendomi capire
che non contavo niente. Mi umiliarono terribilmente, minacciandomi se continuavo
a vestire così. Qualche giorno dopo un amico mi disse di non essere così
timoroso, egli stava con loro, con i paramilitari. Mi disse " Fratello, con essi
non ti verrà a mancare l'arma, ti pagheranno 420.000 pesos al mese, non ti manca
la ragazza e così tutti ti devono rispettare. Fratello, vieni con noi, non
essere titubante". Queste parole mi lasciarono stordito, però continuai a non
accettare e comportarmi come sempre.
La mia vecchia stava in casa, ammalata, e mi pregava di non uscire, di stare
molto attento. E così feci per alcuni mesi. I paramilitari non perdonano, ed io
lo sapevo, ero terrorizzato da loro. Un giorno stavamo bevendo in un bar con
alcuni amici. Stavo vicino alla vetrina e uno di loro mi spinse. Battei contro
la vetrata e questa si ruppe. Il padrone del bar mi disse che dovevo pagare i
danni; io gli dissi che non dovevo pagare niente perché mi avevano spinto e non
avevo colpe. E così me ne uscii. Qualche giorno dopo il padrone mi mandò i
paramilitari. Mi fermarono per strada e mi dissero: Hermano, tu hai fatto un
danno di cui non vuoi rispondere. Hai tre possibilità: pagare il danno che è di
400.000 pesos, venire a lavorare con noi o morire. Questo mi impaurì molto
perché questa gente non perdona. Dissi loro che non avevo tanto denaro e non
volevo morire. Perciò l'unica alternativa era andare con loro. Dovevo decidere
subito, perché non mi facevano ritornare a casa. Pensai a tutto quello che
avevano combinato nel paese e che non potevo rivolgermi all'esercito, quelli non
avevano paura dell'esercito. E fu così che cominciai a lavorare con loro.
Sono stato due mesi a fare allenamento in un campo di montagna, con molto
freddo,insetti, e fame. I primi giorni furono di addestramento molto serrato,
imparare a marciare, salutare i superiori, portare il fucile, imparare tante
norme di ordine pratico dei paras. Ero costretto a fare anche dodici ore
continuative di addestramento per mettere alla prova la mia resistenza. Il primo
mese dovetti dormire senza letto; dormivo per terra, appoggiato ad un palo;
mettevano sempre alla prova la mia resistenza e io mi comportai bene. I pasti
erano sempre a base di riso, carne confezionata e acqua. Nell'addestramento
avevo quattro professori che mi insegnavano varie cose. Uno dalle 6 alle 12,
l'altro dalle 12 alle 18, un altro dalle 18 alle 24 e un altro ancora dalle 24
alle 6 del mattino. Avevo sempre un professore ogni 6 ore che mi guidava. Il
sonno era dall'1 a.m. alle 4 a.m. Il trattamento è stato peggiore che ad un
cane, ti fanno sentire una merda. Io gli dimostravo molto valore però per me
questo fu peggio perché siccome gli piacque il mio fisico e la mia statura mi
mandarono altri due mesi a fare addestramento di scorta. Pensavo che lì potevo
stare meglio. L'addestramento fu con il comandante della mia squadra, al quale
tutti gli dovevano rispetto e fiducia. Io non avevo ucciso mai nessuno, però
nell'addestramento il comandante mi pressionò molto.
La prima volta mandò a prendere due mariguaneros e li legò ad un albero. Chiamò
a uno dei suoi uomini, gli dette un pugnale e gli disse: mostragli a questo
hijueputa come si fa; l'uomo prese il pugnale e sgozzò uno dei due ragazzi, poi
gli aprì l'addome tirando fuori le viscere, gli aprì le mani e le gambe
desmembrandolo. Per me fu una cosa terribile; mi impressionò la maniera tanto
naturale di farlo. Vedi, mi disse, è come ammazzare una gallina! Ero ancora
intontito quando il comandante mi passò il pugnale e mi disse con voce dura:
vediamo, hijueputa, mi dimostri quello che ha appreso, faccia lo stesso,
mal-abortito. Io gli dissi che non potevo, che non ero capace. Mi colpì con un
bastone, mi trattò male, mi puntò l'arma alla testa e mi disse: scelga, o lui o
lei!, e mi obbligò con l'arma a farlo. Era la legge spietata dei paras. Se
disubbidisci ti ammazzano; deve essere un esempio per tutti. E io non volevo
morire. Subito dopo vomitai, ero come ubriaco, frastornato. Per notti ebbi gli
incubi di quegli occhi che mi imploravano di non farlo. Era un ragazzo della mia
età.
Dovevo andare sempre con il mio comandante, dovevo essere la sua ombra. A lui
piaceva molto bere e andava a dormire alle due di notte. Io dovevo stare sempre
dietro di lui, guardandogli le spalle e portando sempre il fucile; mai mi
offriva ciò che beveva o mangiava.. Io ero un suo schiavo, al punto che dovevo
alzarmi prima di lui, aggiustargli i vestiti, passargli il sapone e l'acqua per
bagnarsi, preparargli il letto e servirgli i cibi. Molte volte, quando non gli
piaceva il cibo che gli portavo, dava forti colpi sul tavolo e buttava via
tutto. Egli andava sempre con una jeep Roja 4x4 molto bella, ed io lo seguivo
sempre. Nella Jeep caricava un arsenale:lancia granate, mini-usis, mitraglie ed
altro. Non mi diceva mai di seguirlo, solo che quando lo vedevo salire sulla
Jeep io mi mettevo subito dietro a lui. Un giorno mi stavo bagnando quando
sentii che prendeva la macchina e mi toccò mettermi l'uniforme insaponato e
uscire subito per raggiungerlo. Stando con lui mi toccò presenziare a vari
massacri che fece e partecipare ad essi; egli decideva sulla vita degli altri.
Poco a poco mi guadagnai la sua fiducia e cominciai ad avere dei privilegi, ma
mi trattava sempre male.
Un giorno mi disse di mandare a prendere quattro donne del popolo che stavano
parlando male di lui per planearles (dargli colpi di machete, di piatto). Mandai
un uomo a prenderle e quando arrivarono all'accampamento lo chiamai." Senor, le
donne stanno qui!". Uscì fuori dalla tenda, mi guardò con rabbia e mi disse:
" Hijueputa, cosa le ho detto? Che le colpisca!" Chiamai alcuni uomini e dissi
loro di infliggere la punizione a quelle donne, ma di batterle piano. Egli,
disgraziatamente, sentì tutto, uscì e mi colpì violentemente in faccia
dicendomi:
"Hijueputa, io ho detto che deve farlo lei, mal-abortito; che le spogli e le dia
forte"
E così dovetti fare; quelle povere donne quasi muoiono per i colpi presi.
Da quel momento mi resi conto che il Comandante mandava a commettere tutti i
crimini però non voleva esserne coinvolto.
La vita tra le montagne era molto dura. Per quanto io, facendo la scorta, avessi
qualche privilegio, era comunque una vita da cani. Si dormiva pochissimo, si
stava quasi sempre in cammino, non si sapeva quasi niente della famiglia. C'era
gente che quando non si combatteva o non si ammazzava qualcuno soffriva di
inerzia, e chiedeva sempre di fare qualcosa. La morte, per molti, era diventata
una droga, per altri era un passatempo, un motivo per ammazzare la noia della
vita di montagna o di selva, sempre nascosti e a fuggire. A volte si andava in
città, ma sempre per qualche azione e si ritornava subito tra i monti. Con
l'esercito non era molto difficile perché il Comandante sapeva sempre dove si
trovava e spesso aveva degli informatori nello stesso esercito e si mettevano
d'accordo quando passare o non passare in un certo punto. Ci muovevamo sempre
con una radio portatile per comunicare tra di noi e così il comandante sapeva
sempre dove stavamo.
E così passavano i miei giorni, tra addestramento e lezioni di guerriglia. Ci
istruivano anche come rispondere in caso di arresto da parte dell'esercito.
C'era gente che conosceva bene le leggi e ci insegnava come comportarci. Ma io
cominciavo già a pensare, dopo qualche anno di questa vita, che quello che stavo
facendo non era quello che speravo di fare; mi mancava la libertà, la mia
famiglia. E ancora di più la mia ragazza, in particolare quando seppi che
aspettava un bambino. Ciò mi mise in una maggiore disperazione. D'altro canto
non potevo muovermi troppo, perché già mi avevano dato il comando di una squadra
di 24 persone e facevo ronde di sicurezza. Essere comandante di una squadra ti
dà tanta sicurezza e potere, però è un grande rischio perché se un solo uomo
muore per tua colpa tu rischi la vita. Avevo nostalgia di una vita normale;
desideravo passare qualche ora con la mia ragazza, parlare e fare l'amore con
lei, pensare al bambino che doveva nascere. E così una notte presi 12 uomini
della squadra e dissi al mio Comandante che uscivo a pattugliare la zona; presi
la radio e tutte le armi e uscii dall'accampamento ma invece di andare a
pattugliare andare in casa della mia fidanzata; ancora prima di arrivarci mi
chiamò il Comandante per radio e mi domandò dove stavo; io, impaurito, risposi
che stavo pattugliando. "Lo spero, hijueputa", mi disse.
Continuai a camminare ed arrivai in casa della mia ragazza. Quando ella mi vide
in uniforme e con le armi si mise a piangere: mi domandò cosa succedeva, perché
ero andato con i paras, perché non scappavo da loro perché ella soffriva molto.
Stavo ancora spiegandole i miei motivi quando mi chiamò di nuovo il Comandante
alla radio e mi disse: "Dove sta, hijueputa?" Io risposi che stavo pattugliando,
ma lui mi apostrofò arrabbiato: "Traditore, esca mal-abortito, che la sto
aspettando qui fuori". Quando sentii questo mi sentii svenire, mi cadde il mondo
addosso. Uscii subito, mi tolsero le armi ed egli cominciò a colpirmi
dappertutto, oltraggiandomi davanti alla mia ragazza e facendomi sentire una
merda. Mi caricarono un sacco di pietre sulle spalle e mi obbligarono a
camminare piegato in due fino all'accampamento. Qui ricevetti una forte
bastonata sulla schiena che per poco non mi ammazza. Caddi, con le lacrime che
non riuscivano ad uscire, tanto era il dolore che vedevo annebbiato. Lo odiai a
morte; se avessi avuto un'arma lo avrei ammazzato, pazzo di rabbia e dolore come
stavo.
Sentii appena che mi diceva: "Per tradimento, hijueputa, ora il suo castigo è
portare acqua alle pattuglie sul monte". E così fu per due mesi. Mi tolsero il
comando, le armi e l'uniforme. Furono due mesi d'inferno, portando acqua dalle 6
del mattino alle 6 del pomeriggio per cucinare, lavare e bagnarsi. Mi ricordai
di quanta altra acqua avevo trasportato, anni prima, dal paese alla mia casa,
con timbos pesantissimi.
Ciò fu la peggiore umiliazione per me e così cominciai a pensare di lasciare i
paras. Un giorno dissi al mio Comandante che non ero più capace di fare niente,
che chiedevo di ritornare alla mia casa. Mi umiliai quasi piangendo. Ma egli mi
guardò dritto negli occhi e mi disse:" Questo, mal-abortito, deve
dimenticarselo. Lei deve rimanere con noi almeno 15 anni. Abbiamo speso molto
per addestrarlo ed ora ci deve ripagare di tutto quanto abbiamo fatto per lei.
Se comunque vuole andare via, prima va a prendere sua madre e le sue sorelle
(loro sapevano tutto dei miei; chi erano, dove abitavano, cosa facevano. Perché
è la prima cosa che fanno: ti ricattano con la vita della tua famiglia) e fa a
loro quello che ha fatto alle quattro donne. Dopodiché può andare via, ma
morto!"
Da quel momento non riuscii più a dormire. Vivevo tra un incubo e l'altro.
Vedevo solo sangue, gente che mi inseguiva con il machete e ammazzava me e la
mia famiglia. Non parlavo quasi più con nessuno; solo mi confidavo con altri tre
ragazzi che soffrivano come me e mi avevano confessato di volere scappare. Ma
scappare voleva dire rischiare quasi certamente la morte perché eravamo sempre
controllati. E poi dove potevamo andare? A casa no di sicuro, e l'esercito amico
dei paras spesso riportava indietro ragazzi che erano scappati e che poi
venivano torturati a morte.
Solo che più passava il tempo e più sognavo di scappare. Quella non era più vita
e la morte sarebbe stata migliore. Parlai ai tre amici e ci mettemmo d'accordo
di scappare una notte di pioggia, mentre tutti stavano nelle tende. Ma bisognava
avvertire casa, per dire ai nostri familiari di lasciare le case perché ci
stavamo preparando a scappare. L'occasione la ebbi una mattina presto, andando a
fare rifornimento al paese. Con la scusa di dare solo un saluto alla mia
ragazza, l'avvertii e detti il n° di telefono degli altri amici. Era molto
importante che tutti lasciassero la casa perché i nostri familiari sarebbero
stati i primi a pagare per la nostra fuga. La notte concordata per la fuga era
molto fredda; non pioveva forte, ma era molto buio e non si vedeva a pochi
metri. Dovevamo incontrarci alle tre di notte accanto ad un grosso albero, a
cento metri da dove andavamo a fare i nostri bisogni. Il bosco era molto fitto
di alberi e cespugli ed era molto difficile essere visti. Anche durante il
giorno, quando sentivamo gli elicotteri, con quegli alberi alti e fitti e la
vegetazione selvaggia, stavamo tranquilli di non essere visti dall'alto. Uno dei
tre amici stava di guardia quella notte, e fu l'occasione per approfittare della
fuga. Purtroppo, dopo tante notti senza dormire, proprio quella notte mi
addormentai e mi svegliai che erano già le tre e un quarto. Mi alzai rapido e
silenzioso, come per andare al bagno. Uscii solo con la pistola che tenevamo con
noi giorno e notte, per non destare sospetti nel caso mi avessero visto.
Malgrado il freddo, sudavo ed avevo le gambe che mi tremavano per la paura.
Quando arrivai al punto dell'appuntamento non c'era nessuno. Non ero stato
tradito, perché in quel caso avrei trovato di sicuro il Comandante ed altri ad
attendermi, ma non trovando i miei amici rimasi alcuni minuti tremante e
pensieroso. Alla fine mi feci coraggio e cominciai a correre verso il monte,
dove nessuno si aspettava che sarei scappato.
Avevo studiato un percorso di fuga più lungo ma più sicuro, allargandomi molto
prima di ridiscendere verso il paese, dove c'era una guarnigione dell'esercito.
Provavo a correre, ma cadevo continuamente e quindi dovevo camminare con molta
attenzione perché non si vedeva quasi niente. Per fortuna avevo studiato bene
quel percorso. Cominciai a sentire le prime voci dei paras che urlavano, ma non
capivo cosa dicevano. Sparavano e urlavano. Non inseguivano dove stavo io, ma il
pericolo ci sarebbe stato quando avrei ridisceso il monte e mi sarei avvicinato
al paese. I sentieri praticabili erano pochi e loro li avrebbero pattugliati
tutti. La paura di essere preso non mi faceva sentire la pioggia e la stanchezza
per la salita al monte; ero eccitato, sentivo di potercela fare e il lungo
addestramento fatto in quei momenti mi tornò molto utile. Con il buio era
difficile vedermi, e la mia pelle nera per una volta tanto mi avrebbe favorito.
Correvo attento a non rompermi una gamba, sarebbe stata la mia fine.
Dopo circa un'ora cominciai a ridiscendere la montagna e raggiunsi un
piccolissimo sentiero che usavamo poco perché spesso era franato e si rischiava
di cadere nei burroni. Non sentivo più le voci, ma non mi fidavo di prendere il
viottolo perché dietro ad ogni curva potevano esserci i miei inseguitori. Lo
fiancheggiai dall'alto, finchè giunsi in un punto dove potevo tagliare il
sentiero e farmi rotolare lentamente a valle. Ero bagnato fradicio e mi muovevo
molto impacciato. Avevo già le mani e le gambe ferite per le continue cadute, ma
non sentivo dolore. Finalmente riuscii a giungere alla strada che portava
diritta al paese. E qui incontrai uno dei compagni di fuga. Gli chiesi degli
altri due e mi disse che avevano corso velocissimi e lui era rimasto indietro e
che avevano preferito prendere la strada per il paese e non aspettare il mio
arrivo. Riposammo pochi minuti e riprendemmo a camminare abbassati, nascosti
dalla vegetazione. La pioggia aveva smesso e il sole cominciava a scorgersi da
dietro i monti. Ci avvicinavamo lentamente al paese, dalla parte opposta delle
montagne dove stava il nostro accampamento. Vi giungemmo mentre arrivava un
taxi. A pochi metri uscimmo dalla strada, ci parammo di fronte con le armi
puntate e lo obbligammo a fermarsi. Era un povero uomo che tremava tutto. Gli
spiegammo che stavamo scappando e che non doveva aver paura perché non volevamo
uccidere nessuno però ci doveva portare a ***. Prendemmo la strada principale
proprio mentre l'esercito stava montando un blocco e riuscimmo a passare solo
perché era un tassì e non ci guardarono neanche. Ma fatti pochi chilometri
trovammo un altro blocco e questa volta non c'era speranza di superarlo. Cento
metri prima fermammo il taxi, scendemmo e ci avviammo verso il blocco con le
mani alzate.
Ci costrinsero a sdraiarci per terra, ci legarono le mani, ci perquisirono e
finalmente ci potemmo rialzare. Quando vidi la faccia del tenente che mi
guardava fisso negli occhi pensai:" E' finita!". Si, perché era l'ufficiale che
avevamo incontrato un paio di volte con il mio Comandante nei posti di blocco e
che ci aveva fatto passare immediatamente senza fare problemi. Ci stavano
caricando su una camionetta per portarci via, quando disse indicando me: "Un
momento, voglio parlare con lui".
La paura che avevo avuto si era materializzata, lasciandomi impietrito. Già
prima che parlasse sapevo quello che voleva dirmi. Era già successo con altri
ragazzi. Mi si avvicinò a pochi centimetri e mi disse: " Lei è Carlos vero? "
"Si" risposi di getto.
"Bene, io vi lascio liberi e ritornate dal vostro Comandante. Va bene?"
No che non andava bene, e lui lo sapeva. Essere ripresi dai paras significava
essere torturati a morte e lui lo sapeva bene, ma non gli importava niente
perché sicuramente era sul libro paga del Comandante. Ecco perché volevo andarmi
a consegnare direttamente a ***, dove sarebbe stato più difficile essere
raggiunto dai paras. La rabbia e la paura mi impedivano di rispondere e dovette
pensare che ero d'accordo con lui.
"Vi ha cercato per tutta la notte, e mi ha detto che se ritornate non dovete
avere paura di niente, perché lui lo capisce che siete dei ragazzi impulsivi".
Mi parlò a bassa voce, ancora meno convinto di quanto lo fossi io. Sentii
gridare un ordine alle mie spalle. Preso come ero dal terrore di ricominciare da
capo quella vita di merda, non mi ero accorto che era arrivata un'altra
camionetta con un capitano. Fu lui a salvarmi. Era un tipo molto energico e
deciso e vedendo che ancora non ero stato portato nella camionetta diede ordine
di farci salire nella sua.
" Li prendo in consegna io", disse semplicemente e io quasi mi metto a correre
per allontanarmi dal quel mal-parito venduto. Fui portato prima al battaglione e
dopo all'ospedale per vedere se stavo bene; dall'ospedale mi portarono quindi al
comando di polizia e mi interrogarono a lungo. Stetti due giorni carcerato
finchè giunse il giudice e disse che io, per la mia minore età, non dovevo stare
in carcere. Mi misero allora a dormire al comando di polizia e poi da lì mi
trasferirono al "Jusgado de familia" e mi interrogarono di nuovo. Quindi mi
lessero dei fogli dove si diceva che per aver fatto la lotta armata mi davano da
7 a 8 anni di carcere e per la appartenenza ad un gruppo illegale mi davano da
10 a 12 anni di carcere e molte altre cose ma che per essere minore di età
potevo accettare di entrare in un centro di riabilitazione. Quindi decisero di
inviarmi a Bogotà. Partimmo alle 7 di mattina e a Bogotà mi posero in una casa
dove stavo chiuso tutto il giorno. Ma non ero capace di adattarmi a quella vita
al chiuso e con 14 ragazzi programmai di scappare da lì. Il 14 di Dicembre
pensavo di ammazzare i due professori che ci guardavano e pensavo di ammazzare
anche altri ragazzi che non sopportavo.
L'unica cosa che volevo era scappare da lì e ritornare alla vita precedente. Ma
uno dei ragazzi ci tradì e venne la direttrice della casa per minacciarmi di
farmi rimettere in carcere e quindi dovetti sopportare a rimanere in quella
casa, chiuso 24 ore al giorno. Finalmente un giorno vennero a prenderci per
portarci ad un CAI in una città chiamata ***. Quando arrivammo c'erano dei
professori che ci promisero molte cose ma che poi non mantennero e mi offesero
anche. Allora cominciai a fare quello che più mi piaceva, senza ascoltare più
nessun ordine. Costituii una cupola e tutti i ragazzi mi ubbidivano facendo
quello che io dicevo. Cominciammo a rifiutare tutti gli ordini, ci mettemmo ad
ammazzare le galline e fare danni alla casa. Ero riuscito a togliere il comando
ai professori; mi temevano. Mi vennero a parlare in tanti, dicendomi che dovevo
sciogliere quella cupola e ritornare a rispettare gli ordini. Ma io non mi ero
reso conto che mi stavo procurando tanti problemi. Mi portarono dal giudice ed
egli mi disse che se io continuavo su quella strada mi rimettevano in carcere
per sempre. Dovetti promettere di cambiare e un giorno mi obbligarono ad
allontanarmi dai miei compagni e mi portarono, a me solo, in un'altra fattoria.
Finalmente cominciai a rendermi conto che stavo sbagliando e quindi chiesi scusa
a tutti i professori perché la cosa più grande che desideravo era di ritornare
ad una vita normale, con la mia famiglia che mi aspettava con ansia. Mi mancano
i miei compagni ma mi hanno promesso che se continuo a dimostrare che sono
cambiato mi riportano con essi. Qui finisce la mia storia e chiedo scusa a tutti
quelli a cui ho fatto del male."